La fine

La sola parola “fine” incute generalmente un certo disagio e poco importa che, a pensarci bene, la fine che si prospetta possa essere anche di qualcosa di indesiderabile. Non connotato, il termine disturba sempre un po’.

Una parola che ci piace molto – spesso anzi troppo – è invece “perfezione”. Eppure perfectus proprio quello vuol dire: finito, concluso, compiuto. È perfetto ciò che non deve (né può) più cambiare, cui non si deve (né può) aggiungere o togliere nulla.

La tensione tra il bisogno di e la resistenza a finire, in questo caso un’opera, è splendidamente rappresentata da Stanley Tucci in “Final portrait” (2017), ove Alberto Giacometti (interpretato da Geoffrey Rush) crea e disfa in continuazione il ritratto dell’amico James Lord (Armie Hammer).

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BombaCalendario

Officina di espressioni creative
Sabato 23 maggio, ore 10
Libreria Passaparola (via della Balduina, 122)
Tema dell’anno: Il tempo
Tema del mese: La fine
Laboratorio di lettura O’Connor
Giovedì 4 giugno, ore 19 (online)

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[Report] Officina di aprile 2026

Nell’Officina di aprile abbiamo indagato intorno al tema “Non è tempo per noi” che già nell’editoriale toccava argomenti quali l’inadeguatezza di sentirsi dentro un tempo che non ci appartiene, dell’essere troppo giovani per affrontare delle situazioni o semplicemente capire che non è più tempo per fare delle cose. Tra il voler fare e poter fare si disegna così una linea sottile che accarezza un altro tema che abbraccia tutte queste caratteristiche: il cambiamento.

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Non è tempo per noi

Strade troppo strette e diritte per chi vuol cambiar rotta oppure sdraiarsi un po’, che andare va bene però a volte serve un motivo, un motivo. Certi giorni ci chiediamo “È tutto qui?” e la risposta è sempre sì.[…] Non è tempo per noi non ci adeguiamo mai, fuori moda, fuori posto, insomma sempre fuori dai. […] Non è tempo per noi che non vestiamo come voi, non ridiamo, non piangiamo, non amiamo come voi. Forse ingenui o testardi, poco furbi caso mai.

In queste righe di Non è tempo per noi di Ligabue, si esprime chiaramente quel senso di inadeguatezza che ci si imprime addosso, come un vestito troppo stretto che non ci permette di muoverci. Non rispondere ad un modello, uno stile, una mentalità, una normalità che la società, la famiglia, le dinamiche relazionali ci impongono può farci sentire come tessere di un puzzle incastrate male.

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[Report] Officina di marzo 2026

Nell’Officina di marzo abbiamo approfondito il tema del “Controtempo“, ovvero dell’intempestività, dell’essere spostati rispetto a un andamento lineare della temporalità comune: in anticipo, in ritardo, bloccati da un contrattempo o strategicamente prendendo in controtempo un avversario.

Ma cosa significa essere controtempo? Esiste un giusto tempo? E se sì, quale? A queste e ad altre domande abbiamo tentato, insieme, di trovare una risposta.

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Controtempo

Ripeness is all. Così, con sobria sapienza, Edgar si rivolge al padre nell’atto V, scena II, del Re Lear di William Shakespeare. La maturità — la giusta stagione dell’essere — è tutto. La medesima frase è posta da Pavese come epigrafe de La luna e i falò. La maturità, o la prontezza. In fondo, si tratta di concetti simili, proiettati su archi temporali differenti: l’una rappresenta il raggiungimento della giusta età, l’altra la capacità di cogliere l’attimo; in entrambi i casi si tratta dell’abilità di saper vivere il presente.

Non la fretta, dunque, non il rimpianto, ma il tempismo: quell’accordo segreto tra il gesto e l’ora, tra la decisione e il momento in cui essa diventa necessaria. Nella vita, come nella tragedia, tutto dipende dall’arte di arrivare nel momento giusto. Eppure l’esperienza umana si definisce spesso proprio per l’incapacità di abitare quel punto esatto del tempo; l’uomo è, quasi per vocazione, un animale che abita il proprio spazio procedendo controtempo.

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[Report] Officina di febbraio 2026

Nel percorso dedicato quest’anno al “Tempo” non potevamo che incontrare questo binomio in costante contrapposizione e complementarietà: perdere e prendere tempo. Come spesso accade, l’uno o l’altro verbo dipendono sia da chi guarda sia da chi è guardato, da chi immagina di capire e da chi tenta di vivere.

Mariavittoria

Nel riprendere quanto già detto nell’editoriale, faccio riferimento a due video rispettivamente dei film “A Beautiful Mind” (di Ron Howard, 2001) e “The Imitation Game” (di Morten Tyldum, 2014).

Nel primo, il giovane protagonista John Nash viene richiamato dal professor Helinger perché la ricerca al quale si sta dedicando da tempo non sta portando a nessun risultato. Nella sala a fianco, si sta svolgendo la “consegna delle penne”, un gesto di riconoscimento nell’ambiente accademico nei confronti di chi ha contribuito in maniera considerevole durante il suo lavoro. Helinger gli fa notare che solo con risultati concreti si può ambire a riconoscimenti. Nash, nonostante un iniziale delusione, continua a lavorare al progetto in cui crede che alla fine lo porterà ad uno dei più importanti riconoscimenti scientifici.

Nel secondo video, Alan Turing sta lavorando alla decrittazione dei codici di Enigma, macchina utilizzata dai nazisti per inviare codici segreti, ma in modo isolato rispetto al gruppo che lo accusa di non apportare un grande aiuto rispetto a loro che invece qualche codice sono riusciti a codificarlo. L’idea di Turing è quella di impiegare più tempo per costruire un macchinario in grado di codificare non solo qualche codice e in modo fortuito, ma poter decodificare tutto e in modo immediato.

In entrambi i casi, lo sguardo che viene rivolto ai protagonisti dà un giudizio unanime: stanno perdendo tempo perché non danno nell’immediato un riscontro, una soluzione, una risposta. Dall’altra parte, chi lo riceve continua indefessamente a credere nella propria idea prendendosi così il tempo necessario per raggiungere l’obiettivo prefissato.

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Perdere e prendere tempo

Ma il tempo, il tempo chi me lo rende? Chi mi dà indietro quelle stagioni di vetro e sabbia, chi mi riprende la rabbia e il gesto, donne e canzoni, gli amici persi, i libri mangiati, la gioia piana degli appetiti, l’arsura sana degli assetati, la fede cieca in poveri miti?

Un esame non passato, una lunga storia finita male, un’amicizia decennale andata a rotoli, un libro brutto, una mostra orrenda, un progetto non approvato, un appuntamento finito in modo diverso da come ce lo aspettavamo. Situazioni differenti che spesso finiscono con tre semplici parole: “Ho perso tempo!”.

In “Lettera” di Guccini, sopracitata, l’autore sembra sedersi su una panchina in un giardino, probabilmente un parco pubblico, e fare un po’ il punto della situazione della vita fino a chiedersi “Ma tutto il tempo che io ho perso, chi me lo dà indietro?“. 

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