
Nel Canto XXIII dell’Iliade, dopo il duello tra Achille ed Ettore, la vittoria del primo e l’umiliazione fisica riservata alla salma del secondo, nel campo degli Achei le cerimonie in onore del defunto Patroclo culminano con la celebrazione di giochi funebri. Il conflitto viene dunque momentaneamente sospeso e lascia il posto a una sua riproduzione su scala minore; i guerrieri si affrontano infatti in discipline quali la corsa dei carri, il pugilato, la lotta, il lancio del giavellotto e così via.
L’episodio narrato da Omero appare rivelatore di alcune caratteristiche peculiari del gioco. Secondo una definizione classica, perché un gioco possa infatti definirsi tale, occorre che si possa liberamente partecipare allo stesso, che presenti regole in grado di stabilire quali siano le condotte consentite e quali quelle vietate, che si svolga in uno spazio e in un tempo circoscritti e separati dalla vita reale, che abbia in sé stesso la propria finalità e, infine, che l’esito sia incerto. Tutte queste qualità concorrono a definire cosa sia il gioco e sono rintracciabili nel Canto citato dell’Iliade.
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