Le regole del gioco

Nel Canto XXIII dell’Iliade, dopo il duello tra Achille ed Ettore, la vittoria del primo e l’umiliazione fisica riservata alla salma del secondo, nel campo degli Achei le cerimonie in onore del defunto Patroclo culminano con la celebrazione di giochi funebri. Il conflitto viene dunque momentaneamente sospeso e lascia il posto a una sua riproduzione su scala minore; i guerrieri si affrontano infatti in discipline quali la corsa dei carri, il pugilato, la lotta, il lancio del giavellotto e così via.

L’episodio narrato da Omero appare rivelatore di alcune caratteristiche peculiari del gioco. Secondo una definizione classica, perché un gioco possa infatti definirsi tale, occorre che si possa liberamente partecipare allo stesso, che presenti regole in grado di stabilire quali siano le condotte consentite e quali quelle vietate, che si svolga in uno spazio e in un tempo circoscritti e separati dalla vita reale, che abbia in sé stesso la propria finalità e, infine, che l’esito sia incerto. Tutte queste qualità concorrono a definire cosa sia il gioco e sono rintracciabili nel Canto citato dell’Iliade.

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BombaCalendario

Officina di espressioni creative
Sabato 24 ottobre 2026 – 0re 10.00
Libreria Passaparola – via della Balduina, n. 122
Tema dell’anno: Il gioco
Tema mensile: Le regole del gioco
Laboratorio di lettura O’Connor
Giovedì 22 ottobre 2026 – ore 19
Incontro online

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Report [Officina di ottobre 2026]

L’Officina del 24 ottobre è stata dedicata al tema “Le regole del gioco”, primo approfondimento all’interno del percorso annuale sul gioco. Se infatti ogni gioco sembra presupporre un insieme di regole, il rapporto tra gioco e regola è meno scontato di quanto possa apparire: le regole non si limitano a stabilire ciò che è consentito, vietato o obbligatorio, ma contribuiscono a definire il gioco stesso, a delimitarne lo spazio e a rendere possibile il riconoscimento reciproco dei partecipanti. Da qui alcune delle domande che hanno accompagnato l’incontro: quali regole sono davvero necessarie perché un gioco resti sé stesso? Quanto possono cambiare prima che nasca un gioco diverso? E cosa accade quando le regole vengono infrante, ignorate o imposte unilateralmente?

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La fine

La sola parola “fine” incute generalmente un certo disagio e poco importa che, a pensarci bene, la fine che si prospetta possa essere anche di qualcosa di indesiderabile. Non connotato, il termine disturba sempre un po’.

Una parola che ci piace molto – spesso anzi troppo – è invece “perfezione”. Eppure perfectus proprio quello vuol dire: finito, concluso, compiuto. È perfetto ciò che non deve (né può) più cambiare, cui non si deve (né può) aggiungere o togliere nulla.

La tensione tra il bisogno di e la resistenza a finire, in questo caso un’opera, è splendidamente rappresentata da Stanley Tucci in “Final portrait” (2017), ove Alberto Giacometti (interpretato da Geoffrey Rush) crea e disfa in continuazione il ritratto dell’amico James Lord (Armie Hammer).

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[Report] Officina di aprile 2026

Nell’Officina di aprile abbiamo indagato intorno al tema “Non è tempo per noi” che già nell’editoriale toccava argomenti quali l’inadeguatezza di sentirsi dentro un tempo che non ci appartiene, dell’essere troppo giovani per affrontare delle situazioni o semplicemente capire che non è più tempo per fare delle cose. Tra il voler fare e poter fare si disegna così una linea sottile che accarezza un altro tema che abbraccia tutte queste caratteristiche: il cambiamento.

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Non è tempo per noi

“Strade troppo strette e diritte per chi vuol cambiar rotta oppure sdraiarsi un po’, che andare va bene però a volte serve un motivo, un motivo. Certi giorni ci chiediamo “È tutto qui?” e la risposta è sempre sì.[…] Non è tempo per noi non ci adeguiamo mai, fuori moda, fuori posto, insomma sempre fuori dai. […] Non è tempo per noi che non vestiamo come voi, non ridiamo, non piangiamo, non amiamo come voi. Forse ingenui o testardi, poco furbi caso mai.“

In queste righe di Non è tempo per noi di Ligabue, si esprime chiaramente quel senso di inadeguatezza che ci si imprime addosso, come un vestito troppo stretto che non ci permette di muoverci. Non rispondere ad un modello, uno stile, una mentalità, una normalità che la società, la famiglia, le dinamiche relazionali ci impongono può farci sentire come tessere di un puzzle incastrate male.

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[Report] Officina di marzo 2026

Nell’Officina di marzo abbiamo approfondito il tema del “Controtempo“, ovvero dell’intempestività, dell’essere spostati rispetto a un andamento lineare della temporalità comune: in anticipo, in ritardo, bloccati da un contrattempo o strategicamente prendendo in controtempo un avversario.

Ma cosa significa essere controtempo? Esiste un giusto tempo? E se sì, quale? A queste e ad altre domande abbiamo tentato, insieme, di trovare una risposta.

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Controtempo

Ripeness is all. Così, con sobria sapienza, Edgar si rivolge al padre nell’atto V, scena II, del Re Lear di William Shakespeare. La maturità — la giusta stagione dell’essere — è tutto. La medesima frase è posta da Pavese come epigrafe de La luna e i falò. La maturità, o la prontezza. In fondo, si tratta di concetti simili, proiettati su archi temporali differenti: l’una rappresenta il raggiungimento della giusta età, l’altra la capacità di cogliere l’attimo; in entrambi i casi si tratta dell’abilità di saper vivere il presente.

Non la fretta, dunque, non il rimpianto, ma il tempismo: quell’accordo segreto tra il gesto e l’ora, tra la decisione e il momento in cui essa diventa necessaria. Nella vita, come nella tragedia, tutto dipende dall’arte di arrivare nel momento giusto. Eppure l’esperienza umana si definisce spesso proprio per l’incapacità di abitare quel punto esatto del tempo; l’uomo è, quasi per vocazione, un animale che abita il proprio spazio procedendo controtempo.

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