Figli o uomini in maschera?

La discussione ispirata dal film Into the wild nel corso dell’ultima Officina di Bombacarta mi ha fatto pensare alla storia di Hans Schnier. Figlio di una famiglia protestante tra le più ricche e in vista di Bonn nella Germania degli anni cinquanta, all’età di ventuno decide di abbandonare scuola e genitori (una madre dura e avara, un padre tanto mite quanto inconsapevole) per fuggire con Maria che invece è cattolica e di umili origini. I due conducono una vita precaria e raminga a causa del mestiere di Hans, un clown tanto dotato quanto indisciplinato e umorale. Maria gli vuole bene sinceramente, ma da cattolica vive con disagio la sua condizione di “concubina”. Hans, pur adorandola, non sente la necessità di suggellare la loro unione con una firma su un registro civile o una dichiarazione pubblica di fronte ad un ministro di culto perché non tollera l’irrealtà che ha sempre percepito nel formalismo che regola i rapporti tra gli uomini. Inoltre Hans è allergico al “circolo di cattolici” verso cui Maria nutre un misto di timore riverenziale e di ammirazione, persone dalle idee tanto cristalline quanto astratte. La ragazza ama tornare a Bonn di tanto in tanto per respirare l’aria cattolica di questa gente e dopo cinque anni improvvisamente lascia Hans per sposare, nella piena osservanza delle forme civili e religiose, uno dei membri più quotati del gruppo. [Continua »]

Rosso Vermiglio

Le considerazioni di Giuseppina CATONE sul libro di Benedetta Cibrario, la scrittrice emergente fiorentina, vincitrice del 46° Premio Campiello, edito da Feltrinelli.

Sarà stato il titolo o il colore della copertina, saranno state le poche battute stralciate dal testo e poste come presentazione in quarta di copertina, ma questo libro mi ha catturata.
A volte ci sono libri che ci prendono così, senza che ce ne accorgiamo, e si fanno leggere tutto d’un fiato e, al contrario, ci sono libri che impieghi mesi, anni, a terminare, che stenti a concludere.
Non è così anche con le persone? Ci sono simpatie istintive, amori a prima vista, passioni insondabili e inspiegabili, e ci sono conoscenze che si portano avanti a stento, con poco feeling, per usare un termine alla moda.
Con questa premessa non voglio dire che tutto quello che risponde ad un’immediata corrispondenza affettiva sia giusto né che un libro che attrae sia un bel libro: voglio solo dire che c’è un’indole, un carattere in ognuno, in ogni lettore, pronto a ricevere ciò che al proprio gusto e carattere si modella.
Io posso riconoscere la grandezza e l’intelligenza, la profondità di un’opera, ma può non emozionarmi.
Il libro in questione mi ha emozionato: forse non sarà un gran libro, può darsi che fra qualche tempo entrerà a far parte di quei molti libri che ho letto, ma che ricordo poco. Comunque mi ha emozionato.
E’ narrato in prima persona, con continui spostamenti nel tempo del racconto: presente e passato si intrecciano in modo infine armonico e si capisce solo a conclusione del romanzo il perché era giusto che si altalenassero così. [Continua »]

A partire da… un’opera

Quest’anno l’Officina romana di BombaCarta sceglie di cambiare “stile”. Non avremo più un tema generale comune, ma sceglieremo di confrontarci “a partire da…” un’opera d’arte. Dunque non più un tema, ma un’opera. Era ormai tempo, lo sentivamo. Ogni opera d’arte è un condensato di visione, di conoscenza e affetto. Anzi: l’opera stessa è una “visione”, una prospettiva sulla realtà, che è in grado di abilitare il suo “spettatore” a collocarsi davanti al mondo in un modo nuovo.

Dunque ciascuno di coloro che coordineranno l’Officina sceglierà un’opera d’arte: un quadro, un brano musicale, un testo letterario, un film, una scultura, un’installazione,… un’opera, frutto della creatività e del “genio” umano che, a loro giudizio, è denso di visione. Poi chiameranno altri a dare il loro contributo. Ma che cosa significa dare il proprio contributo?

Cerchiamo di chiarirlo… Facendo BombaCarta abbiamo compreso che l’arte è una “esperienza”, non un “fatto” o un “oggetto” (ob-jectum) che mi sta davanti e che io devo semplicemente “rispettare” come se fosse a me estraneo. Nel momento in cui io vengo a contatto con questo “oggetto”, esso “rischia” di diventare carne della mia carne e ossa delle mie ossa e pupilla del mio [Continua »]

Emanuel Carnevali: “semino parole da un buco della tasca”

Parte del testo confluito negli Atti della giornata di studi «”Sono un vagabondo e semino parole da un buco della tasca“. Emanuel Carnevali (1897-1942)», Bazzano (BO) 11/10/08

«Carnevali è una bomba che esplode entro la nostra cultura d’oggi» , così Maria Corti commentava nel 1978 la prima pubblicazione in Italia degli scritti di Emanuel Carnevali. Nel leggere l’opera poetica, narrativa e critica di questo autore italo-americano si ha l’impressione di avere tra le mani un tizzone ardente che si è consumato troppo in fretta, bruciato al tempo di una visione, di un lampo, di un grido.

Se in Italia non fosse stato pubblicato Il primo dio , una raccolta di suoi scritti narrativi, poetici e critici, forse negli anni la memoria di questo scrittore si sarebbe persa definitivamente, almeno per il pubblico dei lettori. Eppure Carnevali, oltre ad essere uno dei migliori poeti italo-americani in lingua inglese,  è stato tra di essi il primo a entrare in un confronto critico pieno e paritetico, schietto e per nulla diplomatico, con gli autori statunitensi più apprezzati del suo tempo, quali, ad esempio, Ezra Pound , William Carlos Williams , Sherwood Anderson e Carl Sandburg, divenendo [Continua »]

Il realismo luminoso di Jiro Taniguchi

Se le ore si succedono freneticamente e la vita è una tempesta cosmica che stordisce, potremmo trovare un grande sollievo nelle tavole del disegnatore giapponese Jiro Taniguchi ovvero in immagini capaci di rimodulare la frequenza del battito del nostro cuore su un ritmo più umano. L’occasione per questa riflessione è scaturita dalla lettura di In una città lontana (Harukana Machi-e), una sorprendente graphic novel, scritta e disegnata da Taniguchi nel 1998 (e che non ha nulla a che fare, per lo stile e la qualità della narrazione, con i manga commerciali che tutti conosciamo). La potenza di questo fumetto sta nello spazio interiore aperto innanzitutto attraverso la rappresentazione estremamente realistica del mondo in cui si svolge la storia (notate, per esempio, nella figura, il nitore architettonico della scuola in cui si muovono Hiroshi e Tomoko). Una precisione e una concretezza espressiva che sarebbe fine a se stessa se non ci fosse un dialogo continuo tra le vibrazioni di questo contesto urbano e naturale e i moti dell’animo dei personaggi. Un dialogo possibile perché è costitutivo del modo di vivere dei protagonisti delle sue storie che sono portati - per carattere o dalle circostanze - a guardarsi intorno con curiosità, a cogliere con stupore e meraviglia quanto accade davanti ai loro occhi, a godere di momenti e rivelazioni inaspettati e, infine, a riflettere e a evocare, tenere a mente immagini, suoni e sapori. [Continua »]

Scrivendo oltre, sempre oltre, si va incontro all’imprevisto…

di Gianni De Martino

Inserisco, col suo permesso, una riflessione di Gianni De Martino suscitata dalla lettura di Abitare nella possibilità.

Sì, Antonio, scrivendo oltre, sempre oltre, si va incontro all’imprevisto… Occorre essere intrepidi, disposti a lasciarsi sorprendere da un tratto inatteso: magari un pugno, una cornata dall’invisibile.
E’ la scrittura meno gratuita che esista, la più pericolosa. Viene irresistibilmente in mente la storia di Sheerazade: “Racconta una bella storia o ti uccido.” E’ a questo “tirannico” impulso scrittorio ( i romantici direbbero “ispirazione”) che ci si sottomette, o meglio si ubbidisce nel corso dell’atto dello scrivere?
In ogni caso occorre sorvegliare le parole, non solo le emozioni e i sentimenti, e rendersi accoglienti: mettersi in [Continua »]

Dalle sponde del mare bianco

In Napoli Ferrovia Ermanno Rea invoca per Napoli un destino: il meticciato. Solo l’annacquarsi di un’etnia - scrive - può offrire alla città la possibilità di un riscatto. In un libro di qualche anno fa, ancora su Napoli, Raffaele La Capria impugna l’arma della nostalgia. Una nostalgia che non è - spiega - un arroccarsi o un mitizzare un passato che non è più, ma al contrario “serve ad armare la memoria contro la rassegnazione, è un combustibile per alimentare la non assefuazione”. Come conciliare queste due voci, quella che pretende un futuro diverso - di mescolanza - e quella che invece indugia sul dolore suscitato da un passato tradito, un passato che chiede la non-rassegnazione? Una via paradossale - forse - c’è: il sud ascolti la voce di ciò che sta ancora più a sud. Solo così - forse - potrà ritrovare se stesso, potrà riagganciare al contempo il suo passato e il suo futuro. La casa editrice di Messina Mesogea lavora da tempo a comporre, registare, recuperare queste voci. Voci del Meditteraneo, voci del sud, come quella del poeta tunisino Moncef Ghachem.

[Continua »]

Abitare nella possibilità

Dopo il saggio del 2002 A che cosa “serve” la letteratura?, in cui era arrivato alla conclusione che la letteratura “serve” fondamentalmente a dire la nostra presenza nel mondo e, come uno “strumento ottico” (Proust), a interpretarla, a cogliere ciò che va oltre la superficialità del vissuto, il gesuita Antonio Spadaro, docente di “Introduzione all’esperienza della letteratura” presso la Pontificia Università Gregoriana di Roma, e redattore letterario della rivista “La Civiltà Cattolica”, ha ulteriormente approfondito la sua indagine sul valore e sul senso della letteratura nel recente saggio Abitare nella possibilità. L’esperienza della letteratura.  Nella prima parte del volume lo studioso traccia un percorso che attraversa e intreccia gli itinerari di critici e scrittori per individuare che cosa sia la letteratura e quali siano i modi per viverla e comprenderla. Passando attraverso concezioni diverse, Spadaro giunge ad “intuire come la “verità” della  letteratura stia nella sua “capacità di interpretare l’esistenza e di condurla al di là di se stessa”. [Continua »]

Le voci e le storie

La nostra vita è immersa nei suoni, nei rumori e nelle voci, che per lo più ci infastidiscono e ci stancano, per cui per il riposo cerchiamo la quiete e il silenzio, soprattutto a contatto con la natura, dove recuperiamo altri suoni, altri rumori, altre voci. Quest’ultimi ci portano fuori dal presente, ci trascinano indietro nel tempo, anche lontano, tanto che possiamo essere indotti a chiederci quale fosse l’ambiente sonoro degli antichi Greci e Romani. E’ quanto ha fatto Maurizio Bettini (nella foto), con la sua straordinaria capacità di indagine nei testi classici, spaziando dai più ai meno noti, nell’interessante saggio Voci. Antropologia sonora del mondo antico (Einaudi, 2008). Innanzitutto lo studioso ci fa notare che il mondo antico possedeva tutta una serie di sonorità, legate ad attività artigianali scomparse (come i colpi di martello dei fabbri, lo strepito delle macine dei mugnai, il cigolio dei carri, i colpi di frusta), che noi abbiamo perduto, ma molto più presenti erano le voci degli animali, ossia latrati, ragli, nitriti, belati, grugniti, cinguettii, di cui noi, oltre a quest’ultimi prodotti da alcune specie d’uccelli, conosciamo quasi unicamente l’abbaiare dei cani e il miagolio dei gatti. [Continua »]

“La visione del cieco” e “Una tragedia negata”: il verbo essere e il tragico

 

Copertina di La visione del cieco (Einaudi) di Girolamo De Michele

Copertina di "La visione del cieco" (Einaudi) di Girolamo De Michele

Scrivo questo post con colpevole ritardo, riprendendo in mano appunti vecchi di mesi. All’inizio l’idea era quella di scrivere una recensione al romanzo “La visione del cieco” (Einaudi) di Girolamo De Michele; poi, leggendo il saggio “Una tragedia negata” (Il Maestrale) di Demetrio Paolin, mi sono accorta che il secondo testo spiegava il primo, o meglio spiegava il motivo per cui non mi aveva convinta. Riprendendo i libri e gli appunti a qualche mese di distanza, ho deciso di concentrarmi su una caratteristica del primo e sulla tesi principale del secondo, tralasciando tutto il resto.

La visione del cieco” è un romanzo scritto senza l’uso del verbo essere. Ho deciso di leggerlo proprio per questo, dopo che una recensione in cui si elogiava la capacità di De Michele di portare avanti una narrazione di quasi trecento pagine senza farvi ricorso mi aveva lasciata perplessa.

Leggendo le prime pagine mi sono stupita, effettivamente, di come De Michele fosse riuscito a ovviare a questa mancanza attraverso l’uso di frasi spezzate, interiezioni, ricorrendo spessissimo ai due punti e ai punti di sospensione. Eppure, in un secondo momento, queste trovate mi si sono rivelate in tutta la loro fragilità. Il motivo per cui, durante la lettura e anche in seguito, sentivo che c’era qualcosa che non andava era il fatto che il verbo essere non era stato messo fuori gioco, non era scomparso, ma era semplicemente stato nascosto.

[Continua »]