di Stas' Gawronski - 20 Novembre 2008
La discussione ispirata dal film Into the wild nel corso dell’ultima Officina di Bombacarta mi ha fatto pensare alla storia di Hans Schnier. Figlio di una famiglia protestante tra le più ricche e in vista di Bonn nella Germania degli anni cinquanta, all’età di ventuno decide di abbandonare scuola e genitori (una madre dura e avara, un padre tanto mite quanto inconsapevole) per fuggire con Maria che invece è cattolica e di umili origini. I due conducono una vita precaria e raminga a causa del mestiere di Hans, un clown tanto dotato quanto indisciplinato e umorale. Maria gli vuole bene sinceramente, ma da cattolica vive con disagio la sua condizione di “concubina”. Hans, pur adorandola, non sente la necessità di suggellare la loro unione con una firma su un registro civile o una dichiarazione pubblica di fronte ad un ministro di culto perché non tollera l’irrealtà che ha sempre percepito nel formalismo che regola i rapporti tra gli uomini. Inoltre Hans è allergico al “circolo di cattolici” verso cui Maria nutre un misto di timore riverenziale e di ammirazione, persone dalle idee tanto cristalline quanto astratte. La ragazza ama tornare a Bonn di tanto in tanto per respirare l’aria cattolica di questa gente e dopo cinque anni improvvisamente lascia Hans per sposare, nella piena osservanza delle forme civili e religiose, uno dei membri più quotati del gruppo. [Continua »]
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di Antonio Spadaro - 18 Novembre 2008
Elio Vittorini in una sua lettera a Louis-René des Forêts il 26 gennaio 1963 in margine al progetto, poi arenatosi, della rivista Gulliver, riferendosi a ciò che «una parte di voi a Parigi» intende per letteratura, scrive al suo interlocutore: «Noi potremmo dire che voi chiamate letteratura un’attività che sarebbe più proprio definire filosofica. Con ciò non sottintendo, sia ben chiaro, che noi ameremmo limitare la qualifica di letteraria a un’attività unicamente di immaginazione sensorio-affettiva. Tutt’altro, anche noi amiamo riflettere e costruire discorsi ragionati che abbiano senso operativo. Solo che ci sembra sia specifico della letteratura farlo adoperando le cose come oggetti, e le idee adoperandole invece come strumenti; mentre la tendenza rivelata in molte delle vostre riflessioni ad adoperare le idee stesse come oggetti e a tacere, a scartare, a lasciar fuori conto le cose, ci sembra specifico delle attività filosofiche». Le parole sono pesate, precise, garbate ma convincenti nel proporre la differenza sostanziale tra «romanzo» e «trattato».
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di Katia Marino - 15 Novembre 2008
Le considerazioni di Giuseppina CATONE sul libro di Benedetta Cibrario, la scrittrice emergente fiorentina, vincitrice del 46° Premio Campiello, edito da Feltrinelli.
Sarà stato il titolo o il colore della copertina, saranno state le poche battute stralciate dal testo e poste come presentazione in quarta di copertina, ma questo libro mi ha catturata.
A volte ci sono libri che ci prendono così, senza che ce ne accorgiamo, e si fanno leggere tutto d’un fiato e, al contrario, ci sono libri che impieghi mesi, anni, a terminare, che stenti a concludere.
Non è così anche con le persone? Ci sono simpatie istintive, amori a prima vista, passioni insondabili e inspiegabili, e ci sono conoscenze che si portano avanti a stento, con poco feeling, per usare un termine alla moda.
Con questa premessa non voglio dire che tutto quello che risponde ad un’immediata corrispondenza affettiva sia giusto né che un libro che attrae sia un bel libro: voglio solo dire che c’è un’indole, un carattere in ognuno, in ogni lettore, pronto a ricevere ciò che al proprio gusto e carattere si modella.
Io posso riconoscere la grandezza e l’intelligenza, la profondità di un’opera, ma può non emozionarmi.
Il libro in questione mi ha emozionato: forse non sarà un gran libro, può darsi che fra qualche tempo entrerà a far parte di quei molti libri che ho letto, ma che ricordo poco. Comunque mi ha emozionato.
E’ narrato in prima persona, con continui spostamenti nel tempo del racconto: presente e passato si intrecciano in modo infine armonico e si capisce solo a conclusione del romanzo il perché era giusto che si altalenassero così. [Continua »]
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di Stas' Gawronski - 11 Novembre 2008

Julien Green
A Lorges, una cittadina della provincia di Parigi, la noia è una brutta bestia, soprattutto d’inverno. Alla fine degli anni ‘20 non c’è televisione, non c’è internet, il movimento e gli svaghi della capitale sono lontani e il freddo è intenso, dentro e fuori. Gli uomini si ritrovano ogni sera al ristorante della signora Long, una donna sola e appassita che vive per soddisfare una feroce curiosità su tutto quanto accade nella vita dei suoi avventori. Li tiene in pugno perché da lei si può lasciare la cena in conto come per la spesa dal droghiere, ma più di ogni altra cosa c’è che sono tutti frequentatori di sua nipote Angéle, l’orfana che alla chetichella la zia fa prostituire. La tetra signora Long può tenere in uno stato di schiavitù morale degli uomini già schiacciati dai loro vizi, ma non può tenere sotto scacco un uomo innamorato, soprattutto quando questi sa di essere brutto, povero e incapace di scrollarsi di dosso una vita senza alcuna prospettiva di felicità. Gueret è appena arrivato in paese, tira a campare con qualche lezione privata ed è inchiodato ad un triste matrimonio. La sera segue Angéle sulla via del ritorno a casa senza riuscire a dichiararsi, anzi corteggiandola bruscamente, provando ogni volta il sapore amaro della sua goffaggine e la disperazione di non avere alcuna possibilità di essere ricambiato. La sua passione repressa è la bomba a orologeria che sconvolgerà la vita di molti nella storia raccontata da Julien Green in Leviathan, un romanzo del 1929 che appartiene alla grande letteratura del secolo scorso.
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di Katia Marino - 10 Novembre 2008

(Articolo pubblicato su “Il Quotidiano della Calabria“ il 6 Novembre 2008)
di Elisabetta Viti
Che cos’è la letteratura? Una domanda che ne interseca molte altre, nel percorso seguito da Antonio Spadaro per tentare, attraverso e oltre il filo dei tanti modi di intendere e vivere l’esperienza letteraria da parte di critici e scrittori, “una propria originale proposta critica di cosa sia la letteratura”: sono un “cantiere aperto” le riflessioni contenute in “Abitare nella possibilità” (Jaca Book edizioni), l’ultima fatica del padre gesuita fondatore di BombaCarta, ospite, martedì scorso, al Museo Nazionale, dell’incontro organizzato dall’ associazione Pietre di Scarto, con i contributi della presidente Tita Ferro e del relatore Saverio Pazzano.
Cantiere aperto di una lettura e di una critica che si configurano, sin dal sottotitolo, come momenti di una vera e propria “esperienza della letteratura”: un corpo a corpo col testo, viscerale, irreversibile, “fondamentale”, che ha il suo paradigma nella lotta di Giacobbe con l’angelo (raffigurata nel Gauguin di copertina), e che autorizza il lettore a fare a pugni con esso, non per uscirne semplicemente più colto, ma cambiato e “vivificato”.
Proprio il rapporto della letteratura con la vita si fa per Spadaro criterio di valore del testo (“la letteratura degna di questo nome aumenta la vitalità del lettore”) suggerendo al dibattito gli spunti più interessanti: punto di partenza, l’assunzione degli “Esercizi spirituali” di Ignazio di Loyola come modello ermeneutico di qualunque testo letterario. E della Bibbia come letteratura e luogo di quella “fantasia” che è – suggerisce Pazzano recuperando l’etimologia aristotelica - arte di dare luce alla realtà, suggerendone “visioni” inedite”. Così, “se la letteratura può essere considerata, con Manganelli, menzogna, è solo in quanto chiamata a mettere in discussione il senso comune e una concezione ordinaria dell’esistenza”. Non già, invece, in quanto rinuncia alla verità. [Continua »]
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di Rosa Elisa Giangoia - 7 Novembre 2008
Dopo aver invocato le divinità pastorali (Pale, Apollo con il nome di Anfriso, e Pan), Virgilio si sofferma a spiegare che l’argomento di cui si sta trattando non è consueto, ma proprio per questo utile per trovare una nuova via per giungere alla gloria: egli allora ritornerà a Mantova, sua città natale, e innalzerà un tempio in onore di Ottaviano sulle verdi rive del Mincio. E’ sicuro infatti che Mecenate intanto lo aiuterà a continuare il poema della campagna. Anticipa poi che, in futuro, saranno da lui celebrate le imprese del nuovo Cesare in un’opera epica di argomento storico .
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di Stas' Gawronski - 4 Novembre 2008
L’intervento di Andrea Monda all’ultima Officina di BombaCarta ispirata dall’opera di Walt Whitman ha evidenziato due culture antitetiche e inconciliabili tuttora radicalmente in conflitto. Da una parte quella di chi, come il poeta di “Foglie d’erba”, si muove nel mondo cogliendo l’unicità e l’intima bellezza di ogni essere animato o inanimato. Il poeta ne trae un canto di lode alla vita, la sua parola è una risposta libera e imprevedibile al soffio vitale percepito in ogni cosa creata, alla lingua segreta a cui accenna Baudelaire nella poesia Elévation (Colui che sulla vita / plana e, sicuro, intende la segreta / lingua dei fiori e delle cose mute). L’altra cultura è quella di chi non sa trovare nulla di bello e di significativo nel mondo che lo circonda e preferisce rincorrere un’immagine ideale, possibilmente quella di una società nuova, un’utopia che, come ha ampiamente dimostrato la tragica storia del ‘900, non si fa mai concreta, ma resta illusione, chimera, incubatore di frustrazioni, recriminazioni, rigurgiti moralistici, terrore. La parola del poeta non si radica nella realtà ma ricalca lo schematismo intellettuale di un’astrazione, rinuncia alla libertà della sua espressione creativa per assoggettarsi a un complesso di idee scaturite da un pensiero filosofico e politico. Come il poeta russo Majakovskij che Borges annovera (ma solo per lo stile) tra gli emuli di Whitman (Ecco Lenin, / ecco la bara sulle spalle curvate. / Egli era un uomo umano per ogni vena. / Portate la bare e struggetevi d’angoscia, uomini!).

Che quest’ultimo modo di guardare alla realtà nasca da una mancata esperienza della bellezza? Da dove nasce un’ignoranza così grave? Lo scrittore Clive Staple Lewis racconta come l’assenza di bellezza fosse stata “caratteristica” della sua infanzia. Ne era priva tanto la sua casa quanto la formazione che gli veniva impartita, ma improvvisamente l’autore de Le cronache di Narnia fa questo incontro, vive un’esperienza estetica che lascia un segno nel suo modo di percepire il mondo e la letteratura (Io e mio fratello disegnavamo, ma in nessuno dei nostri disegni si nota una sola linea tracciata in obbedienza a un’idea di bellezza. Nessuno dei quadri appesi alle pareti della casa paterna attrasse mai la nostra attenzione e del resto nessuno lo meritava. Non vedemmo mai un bell’edificio e neppure ci passò mai dalla testa che un edificio potesse essere bello. Un giorno mio fratello portò nella nostra stanza il coperchio di una scatola di biscotti che aveva ricoperto di muschio e ornato di fiori e di ramoscelli per dare l’idea di un giardino o di una foresta giocattolo. Fu la prima cosa bella che abbia mai visto).
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di Luca Miele - 26 Ottobre 2008
“Il re ordinò che fossero legati/ e gettati nella fornace ardente”. Il re di cui si parla è Nabucodonosor, la fornace ardente attende chi non adorerà “l’idolo d’oro”. Siamo dinanzi ai versi di una canzone di Johnny Cash, The fourth Man. La fornace ardente a cui allude il testo (fiery furnace), prima di essere un luogo comune del romanzo americano, le cui tracce sono tanto nel melvilliano Moby Dick che nei racconti di Hawthorne, è estrapolata da un brano biblico. Per narrare la sua personale (e sofferta) redenzione, Cash sceglie di interpretare un passo del profeta Daniele. Come è accaduto a Sadrach, Mesach e Abdenego nel passo biblico, Cash sente di avere camminato nelle fiamme e di esserne uscito, soccorso da un misterioso “quarto uomo”. Quello del corpo a corpo con le Sacre Scritture non è solo la cifra poetica del cantante scomparso nel 2003, na un topos ricorrente nella canzone popolare americana. Mediata dal grande patrimonio afroamericano dei gospel, nel quale il cristianesimo ha riversato il suo patrimonio figurale, lessicale e simbolico, la canzone Usa ha attinto a piene mani dal testo biblico, spingendosi in alcuni casi fino alla [Continua »]
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di Antonio Spadaro - 25 Ottobre 2008
La nostra vita quotidiana è piena di piccoli oggetti, di piccole cose che ci circondano e che usiamo o contempliamo o con le quali comunque entriamo in contatto. In realtà il rapporto concreto con le cose è il luogo in cui si gioca molta parte della nostra vita, giorno per giorno. Il significato della nostra stessa esistenza si gioca anche nel modo in cui noi viviamo con gli oggetti, come vediamo le cose.
L’allegria materialista
Francis Ponge (1899-1988) è un «classico» della descrizione degli oggetti più umili e quotidiani. Nelle sue meditazioni in prosa poetica egli le considera al di là di ogni abitudine percettiva, di ogni espressione verbale logorata dall’uso. Sembra domandare al suo lettore: come vedi il mondo? Come lo guardi? Ti rendi conto che le cose «esistono», oppure vivi senza prendertene cura? Nelle sue composizioni ogni oggetto sembra nuovo, come appena creato. Le parole tendono ad adeguarsi completamente alla cosa che provano a descrivere, riscoprendosi però sempre come un lenzuolo troppo stretto che viene tirato ora di qua e ora di là. Così, ad esempio, nelle prime righe della descrizione di una candela: «La notte a volte ravviva una pianta singolare il cui bagliore scompone le camere ammobiliate in cespugli d’ombra. La sua foglia d’oro si regge impassibile nel cavo di una colonnetta di alabastro, attraverso un peduncolo nerissimo». Gli fa eco il grande scrittore svizzero francese Philippe Jaccottet: «Il dono, inatteso, di un albero illuminato dal sole basso di fine autunno; come quando una candela è accesa dentro [Continua »]
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di domenico di tullio - 23 Ottobre 2008

Esce, per Excelsior 1881 di Milano, 78.08, nuovo libro di Tommaso Labranca.
Quarantenne prodigio della letteratura minimal-italiana, di Labranca, piccolo ma ben proporzionato autore di culto, si rammentano pubblicati da Castelvecchi vari saggi dai titoli esemplari: da Andy Warhol era un coatto (antico, aggiungerei rovinando l’effetto), al Piccolo isolazionista, vera bibbia della Generazione iPod.
Tralasciando la trama del nuovo 78.08, ininfluente ma dal finale a scelta, la carrellata dei personaggi, icone della società grossolanamente corretta, è fenomenale: Antonio Maniero è un consumatore quarantenne e nostalgico, che vive in una dimensione purtroppo parallela alla sua età aurea, il 1978 stroboscopico e un po’ ricchione della Saturday Night Fever, ove giovinetti per niente efebici tralasciavano la cura delle sopracciglia e le delizie della depilazione totale, per dedicarsi invece al rimorchio pecoreccio in discoteche di periferia. Ciò rigorosamente una sola serata a settimana (da tale sana abitudine l’abusato “one shot”), in perfetta compatibilità con una quantomai sottoborghese esistenza, animata dal sogno programmato per il sabato successivo.
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