Wilco – ashes of american flags
ASHES OF AMERICAN FLAGS
The cash machine is blue and green
For a hundred in twenties and a small service fee
I could spend three dollars and sixty-three cents
On Diet Coca-Cola and unlit cigarettes
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ASHES OF AMERICAN FLAGS
The cash machine is blue and green
For a hundred in twenties and a small service fee
I could spend three dollars and sixty-three cents
On Diet Coca-Cola and unlit cigarettes
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Il tema annuale dell’Officina di BombaCarta sono stati i verbi.
«Parlare è dire la vita. E il verbo contiene in sè un motore, ciò che muove l’esistenza di una persona e la spinge a fare qualcosa». Quindi anche l’azione più semplice può diventare un grimaldello dell’intera esistenza. Prendiamo ad esempio:
Da ottobre 2009 a giugno 2010 le nostre Officine mensili si sono centrate su azioni molto diverse:
Si ricomincia il prossimo autunno!
Buona estate (e buone letture) a tutti!

Ex Antonii Spadari charta Rosa Elisa Giangoia vertit
Servire verbum vi et natura sua molestum est. Forsitan nullo alio verbo tantae verbi vires sint, praesertim si substantiva nomina eadem verbi vi, id est munus, officium, ministerium, opera, famulatus, consideramus. Possitne verbum quod ritus significat, ut Italica lingua “servizi religiosi” et Anglica “services”, etiam latrinam significare? Possitne verbum quod bene facere significet, id est de aliquo bene mereri, etiam servile iugum et servitium significare? Quid est hoc verbum? Quid est arcanum suum quod id tam novum, lentum et ambiguum facit?

“Ginocchia sbucciate, palloni bucati e ragazzi di provincia. Il mare d’inverno e le cotte d’agosto. Pugili e fiorellini stracciati”. E’ l’oggetto sociale della Brunori Sas, impresa musicale guidata dal capo mastro Dario Brunori, laureato in ingegneria e votato alla musica cantautorale, quella nuova che s’affaccia sui palcoscenici di piazze, club e teatri, evitando con cura spettacoli televisi dal talento “mordi e fuggi”. E dire che Dario ha familiarità col mezzo televisivo: collabora con Rai Trade ed altre angezie per la realizzazione di sigle per telefilm. [Continua »]
Ultimo laboratorio stagionale quello dello scorso 3 giugno e alcuni dei partecipanti hanno spontaneamente voluto sottolineare il temporaneo commiato leggendo pagine di romanzi contenenti digressioni su scrittura e lettura.
Paul Auster (Invisibile) racconta di una scrittura che ha bisogno di muoversi su terreni insicuri per produrre alcunché di valido, Nikolaj Vasil’evič Gogol (Le anime morte) ironizza sulla difficoltà di scrivere con il dovuto rispetto di certi difetti delle signore, Marco Balzano (Il figlio del figlio) descrive l’impoverimento linguistico sperimentato in ogni passaggio generazionale.
E l’abbiamo subito vista alla prova, la grande scrittura!
G. K. Chesterton (L’incendio cattivo) si esibisce nella narrazione “uditiva” di un incendio, C.S. Lewis (Miracoli) riesce ad addomesticare un meteorite con i suoi versi, l’immancabile Cormac McCarthy (Cavalli Selvaggi) rende protagonista un cappello in una pagina di rara potenza epica, Stefano Benni piega la filosofia zen al calcio (La compagnia dei celestini).
Piacevoli sorprese conclusive una pagina “giovanilista” di un apprezzato Willy Russel (Il ragazzo sbagliato) e la scrittura “anzianilista” di Ignazio Silone (Il segreto di Luca). [Continua »]
Per presentare il volume di Antonio Spadaro Svolta di respiro. Spiritualità della vita contemporanea (Milano, Vita & Pensiero, 2010) si dovrebbe usare un’espressione di p. François Varillon, un gesuita molto caro all’A. e da lui spesso citato: «spezzare le parole». Il volume intende proporsi come un percorso alla ricerca della spiritualità della vita contemporanea, come recita il titolo, e per compiere questa ricerca utilizza parole di uso comune, legate all’esperienza, che è la nostra fonte inesauribile di conoscenza e comprensione, di apertura alla possibilità e alla bellezza. Sono le stesse parole quotidiane e ordinarie che Gesù usava nelle parabole, e che per noi però non sono più zizzania, grano, vite e olio per la lampada, ma piuttosto: città, strada, passeggiata, oppure verbi che definiscono azioni come abitare, pagare, navigare, e così via. Spadaro «spezza le parole» nel senso che le strappa dall’ [Continua »]
Ultimo incontro dell’anno per BombaBibbia. Un finale… in gloria. Si comincia infatti con un inno alla gioia tratto dal profeta Isaia 55. Una festa universale, nel senso più proprio della parola: gli invitati sono le montagne, i colli, gli alberi, la pioggia e la neve. Una festa nella quale il cielo e la terra non sono semplicemente lo sfondo e il contenitore, ma i soggetti principali. Tra i presenti, due si differenziano non poco:
«Quanto il cielo sovrasta la terra,
tanto le mie vie sovrastano le vostre vie,
i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri»
Il cielo e la terra sono evidentemente due cose diverse, ma… dov’è che finisce uno e comincia l’altro? quanto bisogna alzarsi dalla terra, per essere in cielo? un centimetro o cento chilometri? Così i pensieri di Dio e quelli dell’uomo sono due realtà nettamente distinte eppure intersecate, opposte ma anche contigue. Due soggetti così diversi da attrarsi inesorabilmente… insomma, ci sono tutti i presupposti perché, come in ogni festa che si rispetti, scocchi l’amore. E’ quello che racconta il profeta Geremia 27,7-9: c’è la seduzione, la resistenza e la resa. Una vera guerra d’amore, degna di Gaspara Stampa [Continua »]
Undici decimi di Alessio Torino (Italic, Ancona 2010) può essere considerato un Bildungsroman postmoderno. Infatti ha molti dei caratteri di un romanzo di formazione, ma è condotto in uno stile non certo tradizionale, sposta in avanti anagraficamente la presa di coscienza sulla vita e attraversa l’attuale diffusa esperienza del giovanile disordine esistenziale. Protagonista è Norman Marasco, che, appunto ad un’età che potremmo definire dantescamente nel mezzo del cammin, cioè a 35 anni, uscito dall’ospedale, dove era stato ricoverato per delirium tremens, cerca di ricostruire la sua esistenza sulla base di quanto può aver imparato dall’esperienza dell’abuso di alcool e di psicofarmaci che l’ha portato ad una condizione che poteva anche essere di non ritorno. Lui, invece, è stato fortunato, ha una nuova possibilità di vita e sa di doversela giocare in una scelta, ormai decisiva e definitiva, tra bene e male. Tutto questo avviene in un paese dal nome inventato, Pieve Lanterna, [Continua »]
Servire è un verbo potenzialmente fastidioso. Forse non esiste un verbo con una simile estensione di significati, soprattutto se consideriamo il suo sostantivo corrispondente: servizio/servizi. Può mai una parola che indica il culto, i “servizi religiosi” (services, in inglese), indicare anche il gabinetto? Può mai un verbo che indica il fare del bene, il “mettersi al servizio” indicare asservimento e schiavitù? Che cos’è questo verbo? Qual è il suo mistero che lo rende così strano e flessibile e ambiguo?
Certamente l’idea di “servo” vive accanto a quella corrispettiva di “padrone”: da questa antitesi nasce quella tra “servire” e “spadroneggiare”. Non però quella tra servire e “padroneggiare”. Le cose si complicano ulteriormente, dunque. E forse però proprio qui troviamo una prima chiave di lettura dell’ambiguità del “servire”…
Chi spadroneggia è colui che esercita un ruolo statico e definitorio sulla realtà. Chi spadroneggia si impone e dà un ordine stabile al mondo che lo circonda: e questo ordine è… se stesso. Chi spadroneggia non è il creatore di una forma, ma l’impositore di un modello dal quale non si può sfuggire. Il servo in questo caso è colui che si sottomette e rientra in questo modello. Servire, dunque, significa essere schiavi, rientrare pienamente in questa logica statica. Da qui tutti i significati deleteri e negativi dell’asservimento.
Chi padroneggia invece è colui che usa con “padronanza”, è colui che sa adeguarsi a qualcosa (una lingua da parlare, una tecnica da usare,…) a tal punto che il suo atteggiamento diviene obbedienza creativa, competenza, abilità. [Continua »]