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Antonio Spadaro - pubblicato il 30 gennaio 2010
Il tratto comune a tutte le cadute è il passaggio da uno stato “alto” a uno stato “basso”, un movimento che, se anche è orizzontale (immaginiamo quando finiamo per terra “stesi”), è sempre e comunque verticale. Parlare di “cadere” implica in se stesso un rinvio a una altezza, a qualcosa di superiore. Ogni caduta è un richiamo verso una condizione diversa, alta, in genere intesa come quella più propria, più adeguata a noi che cadiamo. Ma anche una mela che cade lo è. Una mela va in basso dignitosamente se è “raccolta”, non se “cade”. Se cade vuol dire che è marcia. E così un libro che “cade” da uno scaffale. Il libro scende in basso dignitosamente se è “preso”, non se cade. Se poi parliamo di movimenti del tutto indifferenti rispetto a una connotazione negativa, allora diciamo che le cose si “spostano” dall’alto verso il basso, e non che “cadono”. Se cadono, come le stelle, questo implica il sentimento della loro caducità, della fine. Dunque: la caduta implica di per sé un rinvio che la trascende. Necessariamente.
Immaginiamo di riprendere una persona che cade con una cinepresa e poi di rivedere la sequenza al ralenti. Che cosa vedremmo? [Continua »]

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Paolo Pegoraro - pubblicato il 29 gennaio 2010
Ed eccoci in sei al primo incontro del nuovo anno bombabiblico: lo “zoccolo duro” e una new entry. Il primo brano proposto risente del tema mensile, alias «navigare»:
«Quanto a me, il mio sangue sta per essere sparso [...] è giunto il momento di sciogliere le vele»
(Seconda lettera a Timoteo 4,6-8)
Nella nuova traduzione CEI troviamo un più prosaico «è giunto il momento che io lasci questa vita», anche se il greco allude all’essere sciolto (ma non dalle vele!). E quindi? La prospettiva della morte come viaggio, avventura, nuovo inizio… uno scioglimento che non è dissoluzione. Immediato l’allaccio al testo seguente:
«Non è più sorto in Israele un profeta come Mosè – lui con il quale il Signore parlava faccia a faccia»
(Deuteronomio 34)
La chiusa del Deuteronomio ha in sé pienezza («faccia a faccia») e nostalgia («non è più sorto»), compimento della promessa («Il Signore gli mostrò tutto il paese») e assenza («ma tu non vi entrerai»). Un brano densissimo, evocativo, ricco di suggestioni, che tra l’altro ha rievocato, per la costruzione antitetica, un’altra conclusione: quella del Vangelo di Matteo 28,20 («Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo»).
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Andrea Monda - pubblicato il 27 gennaio 2010
Ma cos’è poi la poesia? A questa semplice e decisiva domanda cui tanti nei secoli hanno dato risposta prova a rispondere Giorgio Mazzanti, sacerdote e professore di teologia sacramentaria presso l’Università Urbaniana. L’assunto di partenza è infatti che la questione sia degna per lo meno di un approccio teologico e in particolare cristiano: l’orizzonte in cui si muove l’indagine infatti è quello del rapporto stretto tra parola e Parola, tra scrittura/letteratura umana e cristianesimo, la religione imperniata sul dogma dell’Incarnazione del Verbo divino nella persona di Cristo. Come il Verbo si è fatto carne ed è venuto “ad abitare in mezzo a noi” così anche la poesia è “in mezzo”, appunto “Tra soffio e carne” come indica il titolo di questo saggio intrigante quanto esigente.
Il lettore è costretto a una vera full immersion nel duplice mare della teologia e della letteratura che l’autore conosce in modo vasto e profondo. E’ teologo dalle grandi letture Mazzanti: Hopkins, Eliot, Dickinson, Novalis, Betocchi, Luzi, Blaga, Heaney, Zambrano, i poeti latini… solo per citare alcune delle tantissime fonti a cui attinge l’autore per comporre questo saggio che si presenta come un’unica lunga (quasi ipnotizzante) “conversazione” con il lettore che viene quasi sommerso dalle decine di note che rendono l’apparato critico una parte ricca e importantissima del libro. [Continua »]

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Cristiano Maria Gaston - pubblicato il 27 gennaio 2010
Annunciamo che la migrazione sul nuovo server è stata completata con successo. Da ora tutto dovrebbe funzionare come previsto.
Buona navigazione!

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Maurizio Cotrona - pubblicato il 26 gennaio 2010
Reduce dalla visione di Avatar, l’ultimo lungometraggio di J. Cameron, esco a passi lenti della sala 8 del Warner Village di Parco dei Medici. Come tutte le persone che mi camminino accanto sono frastornato dallo spettacolo multicolore di Pandora, divertito dall’azione fitta fitta, ammirato per la capacità del regista di infilare tante tematiche così attuali dentro una storia credibile: ecologia, realtà virtuale, nuovo panteismo, antimperialismo e antimilitarismo.
Ma la cosa che più ha colpito la mia immaginazione – l’unica vera idea nuova del film, direi – è l’appendice biologica di cui sono muniti tutti gli esseri, animali è vegetali, che popolano il pianeta in cui è ambientato Avatar. I Na’vi in particolare (umanoidi azzurri) , hanno una sorta di polipetto il quale può intrecciarsi con i polipetti delle altre creature dando vita ad una stretta unione psichica/mentale. Immaginate di avere lunghi capelli intrecciati (su Pandora non esistono i calvi) e di avere all’estremità della treccia un polipetto variopinto che – intrecciandosi con il polipetto di un’altra persona - vi consente di abbattere il muro che vi separa ed entrare in connessione diretta!
Qui sulla terra siamo condannati a fare esperienza gli uni degli altri esclusivamente grazie alla intermediazione offerta dai cinque sensi: vista, olfatto , tatto, udito e gusto sono tutto ciò che abbiamo. Su Pandora, invece, è possibile superare ogni intermediazione e immergersi l’uno nell’altro, fondersi in un unico essere. Immaginate di farlo con la persona di cui siete innamorati, per esempio… bello vero! Bello?
Provo sul serio a rappresentarmi mentre faccio una cosa del genere con mia moglie, mentre stringo la mia codina alla sua e ficco il naso nella sua scatola cranica: orrore. Mi vengono i brividi. Il nostro amore ne verrebbe ucciso. Stritolato. Perché ha bisogno di spazio in cui muoversi, di spazio in cui esercitare la fiducia e la fantasia. Di uno spazio di mistero per continuare a sorprendere e sorprendersi.
Vorrei avere il polipetto? Col cavolo! Ma ringrazio comunque l’immaginazione di Cameron perché mi ha ricordato quanto io sia fortunato ad essere un semplice umano.

(voti: 8)

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Cristiano Maria Gaston - pubblicato il 19 gennaio 2010
In questi giorni stiamo svolgendo alcune operazioni piuttosto delicate sul sito e più generalmente su tutta l’infrastruttura telematica di BombaCarta.
Segnaliamo che a breve saranno possibili dei disservizi temporanei sul blog. In particolare, i commenti inseriti in un certo intervallo di tempo potrebbero sparire all’improvviso.
Un altro problema che potrebbe verificarsi è una transitoria irraggiungibilità del sito. Tutto questo è dovuto al cambio di provider (e relativa migrazione dei dati) che dovrebbe concludersi entro un paio di giorni.
Speriamo che tutto si svolga correttamente e velocemente. Nel frattempo, come potete vedere dalla foto, stiamo lavorando alacremente.
Segnalerò con un altro post la conclusione dei lavori ed il ripristino della normale funzionalità.

(voti: 1)

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Maurizio Cotrona - pubblicato il 19 gennaio 2010
Invasione di Cormac McCarty all’O’Connor di gennaio: l’autore è presente con ben tre testi (due tratti dal romanzo La strada, uno da Non è un paese per vecchi). Il passo che più ci ha catturato è stato il seguente:
A volte, mentre guardava il bambino dormire, gli capitava di scoppiare in un pianto incontrollabile, ma non era il pensiero della morte. Non sapeva bene cosa fosse però gli sembrava che avesse a che fare con la bellezza o la bontà. Cose a cui non aveva più modo di pensare.
Qual è il “pensiero” che porta il protagonista al pianto? La riposta rimane chiusa dentro al mistero impenetrabile che protegge il segreto della prosa di McCarty. E a ricordarci dove stiano le sue radici della sua scrittura affilata, è arrivato il racconto Non si può essere più poveri della che da morti, della impareggiabile O’Connor.
Altri territori già frequentati in BC sono quelli di R. L. Stevenson (con la poesia Il mio letto è una nave), dell’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters, del canto III dell’Odissea (tale Omero) e di C. Pavese, in una delle sue ultime lettere.
Molte vecchie conoscenze dunque. Le piacevoli sorprese giungono da: Il Pirata, di James Nelson, Il nome segreto della guerra, di Nicoletta Vallorani e La ragazza e il fumatore di hashish, di Albert Cossery.
Ma il mio premio personale per la migliore new entry va ai versi magici di Robert Frost, ascoltato prima in inglese e poi in italiano nella poesia Fermandosi nei boschi una notte di neve, tratta dalla raccolta La conoscenza della notte e altre poesie. [Continua »]

(voti: 1)

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Antonio Spadaro - pubblicato il 16 gennaio 2010
[il seguente paragrafo è tratto da questo mio pezzo]
[...] Facciamo l’esempio di una intuizione «geniale» nella quale nulla sembra più al suo posto e che tuttavia non è puramente e vanamente caotica. La poetessa polacca Wisława Szymborska in una poesia della raccolta La fine e l’inizio immagina di vedere il cielo a partire da una finestra ideale che lei definisce senza davanzale, telaio, vetri. / Un’apertura e nulla più, / ma spalancata. E che cosa vede? Apparentemente un caos che capovolge il mondo: Il cielo mi avvolge ermeticamente / e mi solleva da sotto. E ancora: Friabili, fluenti, rocciose, / infuocate ed eteree, / distese di cielo, briciole di cielo, / folate e cataste di cielo. / Il cielo è onnipresente / perfino nel buio sotto la pelle.
Citando già solamente questi pochi versi comprendiamo come l’esperienza della Szymborska le permetta
l’intuizione «geniale» della realtà del cielo inteso come una vera dimensione di vita. Il cielo non è più una «cosa» tra altre, una parte specifica e distinta del nostro mondo che sta lassù, in alto: il cielo diventa onnipresente, capace di trovarsi
persino sotto la pelle. La poetessa dunque descrive un’esperienza
per nulla chiara e assolutamente indistinta, che fa saltare
[Continua »]

(voti: 3)

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Antonio Spadaro - pubblicato il 8 gennaio 2010
Dall’Introduzione: Lo scrittore è una terminazione nervosa scoperta a contatto col mondo: sentendo, fa sentire tutti. Non spiega. Sente e fa sentire. Trasforma la sua esperienza del reale in narrazione, le persone che incontra o immagina in personaggi, la vita in un racconto. Lo scrittore è un nervo scoperto, capace di sintonizzarsi sul reale per trasfigurarlo sulla pagina. Un autore che non corrispondesse a questa immagine, infatti, potrebbe essere solamente o un ideologo (nel senso che saprebbe trasformare l’esperienza in idea) oppure un sentimentalista (capace di ascoltare non il mondo, ma solo le proprie viscere).
Il problema a questo punto si pone quando la letteratura diventa discussione sul mondo o quando lo scrittore resta talmente avvinto al mondo presente, da essere incapace di parlare di esso. Se gli scrittori non riescono a trasformare la loro esperienza in scrittura, allora semplicemente essi scrivono, senza essere «scrittori». Mentre lo scrittore racconta storie in grado di spremere la vita e di metterla sotto torchio. Che cosa fa sì allora che una fiction sia di valore? A mio parere l’esatto contrario di ciò che scriveva Montale nel suo celebre verso Non domandarci la formula che mondi possa aprirti. Il romanzo di valore possiede in se stesso la formula capace di aprire un mondo, il che significa «spremere» la realtà cogliendone la sostanza (in senso letterale: ciò che sta sotto, a suo fondamento), ma anche assistere alla sua espansione, alla sua «dichiarazione», per usare ancora un termine di Montale. Se un romanzo non dichiara un mondo e non lo spalanca davanti al lettore – non importa se in modo realista, o surrealista – non fa compiere al lettore una vera esperienza, non fa conoscere nulla: è vuoto e noia.
Ecco invece il rischio: che l’immaginario venga plasmato più dalle idee sul reale che da una robusta invenzione della realtà. Il romanzo, come la poesia, del resto, chiede ai nostri sensi di riattivarsi per penetrare capillarmente ciò che ci circonda. Se questa [Continua »]

(voti: 7)

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Antonio Spadaro - pubblicato il 5 gennaio 2010
Alla nascita d’un bimbo / il mondo non è mai pronto, ha scritto il premio Nobel per la poesia Wislawa Szymborska. Due versi che dicono una verità profonda sulla condizione umana: la nascita non è un evento fra tanti. Il bambino segna una rottura rispetto alle abitudini del mondo che lo circonda, perché è una vita umana che, al momento della nascita, viene avvertita in tutta la sua potenzialità carica di futuro e di promessa. È naturale di fronte a essa provare tenerezza e senso di cura, ma anche incertezza, imbarazzo, consapevolezza della propria incapacità di comportarsi in maniera adeguata. E se questo vale per un neonato, in realtà vale anche per un bambino che cresce. Le sue reazioni comunicano una spontaneità difficile da organizzare e contenere.
Quando bisogna confrontarsi con un bambino occorre ristrutturare il proprio modo di agire, di parlare, persino di pensare, a volte. E questo può condurre a una meditazione sulla vita, a una comprensione differente del proprio rapporto con gli altri o anche con se stessi e con la propria storia personale.
Nathaniel Hawthorne è una figura di spicco della letteratura statunitense dell’Ottocento. Il 28 luglio 1851 Sophia, la moglie dello scrittore, parte con le due figlie Una e Rose per far visita ai suoi genitori, lasciando a casa il marito e il figlio Julian di cinque anni. Il rapporto tra padre e figlio non ha più ripari e schermi, e lo scrittore è sottoposto a questa imprevista “novità”.
Consideriamo i tempi e anche il carattere di Hawthorne: schivo, introverso, dedito alla narrazione di storie ricche di ombre e chiaroscuri come il famoso La lettera scarlatta, che si confronta con la sensibilità puritana; egli non è abituato all’irruenza di un ragazzino né è abituato ad accudirlo. L’esperienza lo segna e per questo la registra nel [Continua »]

(voti: 1)

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