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Antonio Spadaro - pubblicato il 18 ottobre 2009
(ho pubblicato questo articolo in: La Civiltà Cattolica 2009 IV 137-149)
Tutti a scuola abbiamo studiato «epica»: storie di dèi ed eroi, storie mitiche, proiettate in un passato senza tempo o in epoche lontane segnate radicalmente da grandi scenari e da grandi conflitti, che davano vita ad affreschi di ampio respiro. La lotta e la guerra sembravano essere il motore di ogni grande storia o la sua conseguenza. Nella sua monumentale Estetica, pubblicata nel 1832, Hegel considerava la guerra un evento opportuno per la letteratura, anzi «la situazione più appropriata» (1) al genere epico. Il motivo fornito dal grande pensatore tedesco è preciso: l’epica deve rappresentare una totalità capace di dar conto, da un lato, di uno sfondo universale; dall’altro, degli avvenimenti degli individui o, meglio, dell’eroe. Essa presenta uno scenario drammatico di sconvolgimenti (a volte coinvolgenti anche gli dèi) e la vicenda personale di uomini che in questo sfondo si stagliano a tinte forti o deboli, a seconda dei casi. Hegel, parlando dell’epica, in realtà ha illustrato uno dei motivi che rendono, a nostro avviso, significativa un’opera letteraria in generale: la possibilità di raccontare una storia particolare che si dispiega entro un orizzonte ampio, per entrare nel quale è necessario un respiro profondo.
Ma che cos’è la letteratura? «Un libro esiste nella storia dell’umanità proprio come una battaglia, e Renzo non è meno popolare, influente e cruciale nella storia d’Italia di quanto lo sia Garibaldi. La letteratura dunque ha un peso nel mondo reale, e sebbene ci sia in larga parte sconosciuto il processo alchemico per cui le parole diventano fatti, nondimeno sappiamo per esperienza che così accade. La letteratura è l’insieme di tutti i mondi inventati dagli scrittori, e questi mondi — assai più delle stelle del cielo — influiscono sulle vicende della terra» (2). Queste considerazioni di Fabrizio Rondolino, per quanto estremamente sintetiche e giornalistiche, risultano efficaci. Un personaggio «epico» come Renzo Tramaglino dei Promessi Sposi, cioè un personaggio le cui vicende si stagliano su un ampio affresco storico e teologico, può avere un impatto popolare di significato più profondo di un personaggio storico. Del resto, nessuno si può sentire ingannato dall’Odissea («finta»), ma può esserlo da un reality show («vero»). I mondi inventati influiscono sulle vicende della terra, forse più degli stessi astri.
Una Terra «essiccata»?
È singolare che le parole citate siano frutto del fiume di inchiostro versato intorno al febbraio 2009, subito dopo la pubblicazione di un volume dal titolo New Italian Epic (3). I suoi quattro autori costituiscono un collettivo che ha assunto il nome di «Wu Ming», che in cinese significa «Senza Nome». Il gruppo è molto riconoscibile nel panorama letterario italiano sin dal gennaio del 2000. È autore di opere tradotte in molti Paesi: quattro romanzi collettivi, alcuni saggi, oltre ai romanzi «solisti» (4). I singoli scrittori restano formalmente anonimi e si identificano con un numero (1, 2, 3 e 4). La definizione di New Italian Epic è stata coniata da Wu Ming 1 nel marzo 2008, durante i lavori di un seminario sulla letteratura italiana contemporanea [Continua »]