Ex Antonii Spadari charta Rosa Elisa Giangoia vertit
Quomodo solem arripere possumus? Ad solem sumendum nos eius radiis obiectamus et plane inertes manemus. As solem sumendum nos sternimus, nos laxamus, aliquid expectamus, quamvis vere nihil expectare sciamus. Remissionis est status cui definitus finis est, quem autem nullo digito moto comprehendere possumus: se opportuno loco ponere sufficit et forsitan se perspicillis et unguentis ab nimiis radiis difendere. Tam nimium solem sumere possumus ut perniciosus sit, etiamsi nos statim hoc non sentimus. Legere vel musica audire possumus dum solem sumimus, sed hoc se radiis non interponit, qua re inertia nostra immutata manet. Cuius rei enim interdum nos taedet praesertim si tam integram expectationem, veris intentionibus et finibus cum quibus interagere possumus carentem non ferimus.
Come si fa a «prendere» il sole? Per prendere il sole ci esponiamo ai suoi raggi e restiamo completamente passivi. Per prendere il sole ci si distende, ci si rilassa, si attende qualcosa sapendo di non attendere nulla in realtà. È una situazione di rilassamento che ha un fine preciso, il quale però si raggiunge senza muovere un dito: basta mettersi nella posizione giusta e magari proteggersi dall’eccesso di radiazione con occhiali e creme. Il sole può essere preso eccessivamente, infatti, e così ci prende troppo fino ad essere nocivo, anche se noi sul momento non lo avvertiamo come tale. Si può leggere o ascoltare musica mentre si prende il sole, ma questo non interferisce con i raggi e la nostra passività resta immutata. E infatti a volte ci si annoia se non si tollera una attesa così «pura», priva di tensioni precise, di finalità con le quali noi possiamo interagire.
Questo è un caso in cui il linguaggio giunge a un limite che tocca la contraddizione. È il sole che prende noi e non viceversa, in realtà, ma proprio nel momento in cui ci prende noi lo prendiamo avvertendo sulla nostra pelle i suoi effetti.
L’esperienza che facciamo prendendo il sole ha qualcosa di simile all’esperienza della lettura e della fruizione artistica. È proprio nel momento in cui ci esponiamo ai suoi effetti, lasciandoci prendere dalla trama di un romanzo o dalla bellezza di un quadro o dall’azione di un film, che noi «prendiamo» quell’opera d’arte; è nel momento in cui siamo segnati, fino – potremmo dire – a cambiare colore, dai suoi effetti che possiamo dire di averla fatta «nostra». Ma quello è solamente l’inizio di un processo che agisce in profondità, come i raggi ultravioletti.
Walt Kowalski è un tipico vecchio americano. Il cognome sa di valigia di cartone, di salsedine respirata sul ponte di una nave, il groppo in gola alla vista di quella smisurata Madonna con la fiaccola. Le parole del giuramento recitato a Nostra Signora della Libertà sono state trasmesse di padre in figlio insieme agli occhi chiari e ai capelli biondi. In ogni ruga, un pezzo di MidWest. Gli anni ruggenti della giovinezza spazzati via dalla guerra di Corea; sangue e ordini e sangue e morte. Dopo il congedo, un lavoro in catena alla Ford; anni spesi a montare sterzi su auto che al momento si possono solo sognare. Ora c’è altro da fare: bisogna sposare la “ragazza più in gamba del pianeta”; poi due figli e una casetta in legno dipinta di bianco che si specchia su una striscia di prato verde e ben arieggiato. Una rimessa sul retro. Anno dopo anno si riempie di attrezzi; sudati uno a uno, sistemati in ordine sulle rastrelliere alle pareti, formano una corona. E’ già il 1972 quando Walt può incastonare il gioiello nel diadema: una Gran Torino, la più elegante coupé che gli sia mai passata tra le mani. [Continua »]
«Qualche secondo dopo essere passato accanto alla libreria, Arthur Daane si rese conto che la parola Geschichte, storia, gli era rimasta impigliata nei pensieri, e che nel frattempo l’aveva tradotta nella propria lingua in modo che, all’istante, aveva assunto il suono geschiedenis, meno minaccioso che in tedesco. Si domandò se fosse dovuto a quell’ultima sillaba. Nis: una parola stranamente breve, non volgare e aspra come altre parole brevi, anzi, rassicurante. Nis voleva dire “nicchia”, un luogo in cui si poteva cercare rifugio, o dove si poteva trovare qualcosa di nascosto». Cees Nooteboom, olandese, nato nel 1933, così avvia il suo romanzo del 1998 dal titolo Il giorno dei morti (Milano, Iperborea). La parola «storia» si impiglia nella testa ed evoca la necessità di un luogo in disparte, una nicchia rassicurante. Il romanzo è stato definito un «libro-cinepresa» e a ragione. Si tratta di una splendida prova narrativa della quale è protagonista Arthur Daane, [Continua »]
“Che cosa avviene quando sorge la fede?”. Lo scriveva il filosofo Romano Guardini nel suo saggio “La vita della fede” (Ed. Morcelliana, p. 11). L’autore, tra i più grandi pensatori europei del ventesimo secolo, s’interroga sulle originali manifestazioni di Dio ad ogni persona e le conseguenze spirituali che tale epifania provoca negli uomini. Secondo Guardini “un al di là” invade la vita di un uomo, che non conosce niente di Dio, compresso tra il desiderio di soddisfare le sue esigenze e realizzarsi nell’incontro con gli altri. Ad un certo punto, qualcosa o “Qualcuno” spezza la routine esistenziale, fatta di solitudine e di precarietà oltre che di corrispondenze. Non basta una famiglia, una compagna, una carta di credito, l’affermazione professionale e dei figli. Il suo mondo non è più limitato perché c’è qualcosa di sacro, di non conosciuto, che lo attrae misteriosamente. Cerca delle risposte ai tanti “perché”; “per qual fine vivo?”. Inizia una ricerca a partire da ciò che gli è più vicino; il mondo, “per cercare di cogliere quanto sta lontano ed è difficilmente accessibile”. La riflessione del teologo tedesco spiega il dinanismo religioso e le brusche fermate sulla via di Damasco di un artista tormentato e ispirato: Dave Matthews. [Continua »]
Era il 1931 quando il matematico italiano Vito Volterra scriveva in calce ad una cartolina che lo raffigurava: “Muoiono gl’imperi, ma i teoremi d’Euclide conservano eterna giovinezza”.
Il riferimento era all’Italia e alle vicende della nostra nazione nel periodo del fascismo di Mussolini.
Ex Antonii Spadari charta Rosa Elisa Giangoia vertit
Est nostri diei tempus quo in cuiusdam qui nobis aliquid donat oculos incidimus cuique nobis aliquid pro re accepta dandum est. Igitur tempus liberum non est, donandi, sed tempus quo qui dat se contra et quot accepturum esse vere scit. Tamen, quamvis hoc certum commercium intersit, quo manus ipsae momento se leviter stringant, duo homines se liberos esse sentiunt, etiam alius alio arridere aut non potest. Plerumque est mutuum oculorum commercium, cum nummorum vel tesserarum commercio.