Letteratura e televisione

La televisione ha obbligato il cinema ad approfondire e a diversificare la forza di spettacolo audiovisivo che le è propria. Grazie al circuito dell’home video il televisore diventa un supporto, un visore che permette la visione dello stesso film più volte di seguito o spezzata in parti e che prevede anche la possibilità di rivedere subito una scena particolamente gradita, o di saltarne alcune, se il film è stato già visto.

La televisione, come aveva fatto il cinema, si è rivolta spesso a scrittori. In Italia essi hanno avuto anche funzioni direttive. Pochi si sono impegnati nella specifica produzione televisiva degli «sceneggiati». Ricordiamo M. Soldati, che ha scritto sceneggiati di successo come I racconti del maresciallo. Altre volte invece, specie negli anni ‘60, il rapporto tra la televisione e la letteratura in Italia ha preso la forma dell’adattamento televisivo di romanzi come Piccolo mondo antico, La Pisana, Il mulino del Po, Mastro don Gesualdo, I promessi sposi, curato non da letterati ma da professionisti come Sandro Bolchi e Anton Giulio Majano .
Si pone la questione circa la «poeticità» possibile di una comunicazione televisiva: essa può far ben poco ricorso all’ambiguità e alla polivalenza di senso della lingua letteraria. Innanzitutto si avvertono motivi di carattere economico che impongono tempi di lavorazione più veloci fino a quelli seriali e meccanici, della [Continua »]

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Laboratorio O'Connor

Giovedì 2 aprile, dopo la pausa di marzo, ritorna il laboratorio di lettura O’Connor.

L’appuntamento è in via San Saba 19 (Roma), dalle 19:00 alle 21:00.

Coloro che verranno dovranno scegliere una pagina di un testo che amano particolarmente o che li interroga o che non amano o che comunque li sollecita e portarne una decina di fotocopie. Durante l’incontro di laboratorio dovranno leggerlo a tutti i partecipanti e commentarlo in qualche punto (5/6 minuti) e poi lasciare spazio ai commenti degli altri.

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Letteratura e cinema

Secondo McLuhan «l’uomo tipografico ha subito accettato il cinema proprio perché offre, come il libro, un mondo interiore di fantasie e di sogni. Lo spettatore cinematografico è psicologicamente solo come il silenzioso lettore di libri» . Non sono pochi gli scrittori che hanno fatto riflessioni sul cinema. Possiamo ricordare in rapida carrellata il racconto Cinematografo cerebrale di E. De Amicis, La Filosofia del cinematografo di Papini, l’attività di G. Gozzano per la casa cinematografica Ambrosio. E poi Una recita cinematografica di F. Tozzi e ancora possono essere citati nomi come V. Majakovskij, A. Gide, J. Green, A. Machado, A. Huxley, M. Bontempelli, G. Piovene, V. Brancati. È da notare comunque come questa collaborazione tra cinema e letteratura fu spesso dettata da motivazioni economiche più che dal reale interesse degli scrittori. D’altra parte il cinema, nell’intento di nobilitarsi come arte, ha fatto ricorso alla letteratura nella forma del corteggiamento di scrittori di grido. Il caso più eclatante forse fu quello che nel 1924 vide la collaborazione di G. D’Annunzio al film Cabiria di G. Pastrone: D’Annunzio si limitò a riscrivere le didascalie già abbozzate dal regista e a dare il nome ai personaggi, ma bastò questo a «consacrare» il film con l’autorità del poeta-vate. Uno tra i migliori scrittori che si occupò sapientemente di cinema, anche se non senza qualche imbarazzo, fu Pirandello e in particolare con i suoi Quaderni di Serafino Gubbio operatore . E non è un caso che L. Pirandello sia stato anche autore di teatro. Il cinema si colloca in una posizione intermedia tra il teatro che «rappresenta» e il romanzo che «narra».
Se per un testo letterario il livello lento e paziente di decodifica [Continua »]

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Letteratura contaminata

video

Video

«Un libro che si legge come una videocassetta e si guarda come un romanzo»: questa la frase stampata sul retro di copertina del romanzo In tempo per il cielo di Gabriele Romagnoli . Un’affermazione del genere prende in prestito una specifica modalità di venire a contatto e gustare un’opera d’arte, quella legata all’immagine in movimento, al video. Il processo di visione di una videocassetta viene proiettato sulla lettura di un libro di narrativa. D’altra parte il titolo del romanzo, a sua volta, è la traduzione italiana di Late for the sky, un disco di Jackson Brown. Non sono pochi i narratori che affermano di scrivere con la televisione accesa su un canale che trasmette videoclip, ma a volume azzerato o lasciando scorrere le immagini di un video. Possiamo immaginare, ad esempio, scrittori come J. Kerouac battere alla tastiera della propria macchina per scrivere come se suonassero su una tastiera, tenendo [Continua »]

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Roma non è stata costruita in un giorno

La struttura radiale della città di Roma e la raggiera delle tante possibili “vie di fuga” individuano percorsi di avvicinamento e paesaggi urbani sensibilmente diversi. La città non ha una sua skyline moderna, non ha alcun segno eminente percepibile da lontano ad occhio nudo. La stessa cupola di San Pietro è visibile soltanto all’interno della cerchia dei sette colli, oppure vagamente percepibile dalle lontane periferie. Anche la grande mole della macchina da scrivere ciclopica, ovvero del Vittoriano, è posta in uno dei punti più bassi della città, e risulta quindi visibile, soltanto parzialmente, esclusivamente da Piazza Esedra lungo via Nazionale o dal Corso. Dal Vittoriano c’è la miglior vista panoramica di Roma, proprio perché, si dice, non si vedrebbe il Vittoriano stesso.

La città monumentale, dominata dai tradizionali punti panoramici dei colli, sfugge invece alla visione di gran parte dei quartieri circostanti, a causa del denso tessuto edificato, che lascia poche vie di fuga allo sguardo. Risulta quindi impresa ardua il percepire il mosso andamento dei rilievi capitolini, in una città costruita nel corso dei secoli su una quantità innumerevole di strati.

Tutti i percorsi di ingresso a Roma consentono un inventario di più tipologie edilizie: una mescolanza di generi che sorprende il più delle volte con atipici accostamenti spontanei, ma talvolta irrita per il degrado e la noncuranza, tanto da indurre il più famoso scrittore di Girgenti ad appellarla, nei primi anni del secolo passato, con un eloquente “Acquasantiera e portacenere” in un capitolo de Il Fu Mattia Pascal. Lo stesso ossimoro della Roma di periferia, sporca ma sincera, ai margini della città borghese e politica, raccontata da Pier Paolo Pasolini. La Roma che continua a dimenarsi in età contemporanea tra l’avanguardia spaziale dell’Auditorium e l’inquietante megalite sovietico di Corviale. [Continua »]

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Lepanto

di Guglielmo Spirito

Savona, marzo 2009 – Sentieri che non conosco, che si snodano, si srotolano, si distendono al di là dei colli romani, al di là della reggia di Caserta, al di là dei crinali appenninici – terra di lupi -, giù giù per la piana piatta del Salento.
Lecce, la barocca, la città del tufo lavorato in facciate di un ricamo plateresco che la rende una contrada dell’Andalusia o magari del Messico coloniale. Dentro la chiesa del Rosario, già domenicana, appena lasciati una via ed un portale dei tempi e con gli stemmi di Carlo V, dall’alto del retablo, in cima, mi sorride la lignea figura di suo figlio naturale, il grande don Giovanni d’Austria, il vincitore di Lepanto.
Il sole abbagliante rifrange nei ghirigori degli altari di un biancore lucente, trafiggente. Dardi di luce nella volta vuota, tenda bianca trapuntata di [Continua »]

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ORO

Le Officine di quest’anno hanno messo a punto un metodo davvero nostro e originale, basato sulla consonanza, la contiguità, il collegamento, l’associazione e l’intreccio al fine di trovare un senso, qualcosa che sia importante dire, condividere, raccogliere e anche conservare.
Può essere interessante, però, individuare anche altri che siano in sintonia con noi, che abbiano qualche relazione di somiglianza con questo nostro metodo. Io l’ho trovato nella rivista FMR, soprattutto nell’ultimo numero (30/2009), in particolare nella prima parte, dedicata all’oro, non visto come metallo prezioso, merce di scambio, realtà fisica, ma preso in considerazione per cercare di afferrarne ed esprimerne la luce, il pregio, soprattutto le sue capacità di farsi simbolo, diventare mito, superare il piano fisico per aprirsi alla dimensione metafisica. [Continua »]

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Già 10 anni fa vi raccontavo il vero Carver

Ormai sembra essere la novità del momento: i racconti di Raymond Carver così come noi li conosciano non sono di Carver. O meglio: sono suoi ma poi sono stati talmente limati da Gordon Lish da essere diventati “altro”. Adesso vengono dunque ripubblicati nella loro edizione originale e sembra la scoperta del momento. Eppure in un articolo del “lontano” 1999 – 10 anni fa! – su La Civiltà Cattolica e poi in un libro nel 2001 avevo già messo in guardia i lettori invitandoli a leggere più i versi di Carver che i suoi racconti. Nei suoi versi è possibile andare in profondità e rintracciare il vero volto dello scrittore.

E 10 anni fa illustravo come erano andate le cose. Riporto qui di seguito alcune (poche) pagine – senza note – di quel libro (A. Spadaro, Carver. Un’acuta sensazione di attesa, Padova, Messaggero, 2001), proprio quelle che cercavano di fare il punto sulla questione del Carver…

Un Carver «riveduto e corretto»?
[...] i primi scritti di Carver sono stati oggetto di una polemica, lanciata da D. T. Max dalle colonne del New York Times nell’agosto del 1998  e ripresa quasi un anno dopo in Italia da Alessandro Baricco , provocando una vasta eco di risonanze. Seguendo le tracce già percorse da Max, Baricco si è recato alla Lilly Library di Bloomington, nell’Indiana (Stati Uniti), dove sono custodite le carte dello scrittore [Continua »]

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Nuova licenza

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Dostoevskij vs. Hegel

dostoevskijjpgNel febbraio del 1854 Dostoevskij si trova ad essere condannato a servire l’esercito come soldato nella città siberiana di Semipalatinsk vicino al confine cinese. Cinque anni prima era stato condannato a morte, poi la pena era stata commutata, all’ultimo minuto, ai lavori forzati a vita; infine anche questa pena, dopo quattro anni durissimi, era stata trasformata nel servizio militare in Siberia. In questo periodo gli furono di grande supporto morale i libri inviatigli clandestinamente dal fratello Michail, tra cui i romanzi di Dumas e la Critica della ragion pura di Kant nonché Hegel. E proprio dalla lettura di Hegel prende le mosse questo strano libretto, a metà tra il racconto biografico e il saggio filosofico, scritto due anni fa dal professore ungherese di letteratura comparata Laszlo Foldèny che oggi arriva in Italia grazie all’edizioni de Il Melangolo. Foldèny si concentra in quei cinque anni della biografia del grande scrittore russo passati nell’inferno bianco della Siberia (potrà tornare [Continua »]

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Il treno era in orario

In una notte fredda e tetra del 1943 un treno attraversa la grigia e sconfinata pianura ucraina. Seduto per terra nel corridoio del vagone tra la puzza di sudore, fumo e lucido da scarponi, un uomo tenta invano di pregare. Il treno viaggia verso il fronte orientale e l’uomo (che ha appena bevuto un sorso di grappa per riscaldarsi) è un soldato tedesco di ritorno all’inferno dopo qualche giorno di licenza. Da quando è salito in una stazione in Germania è tormentato dalla certezza assoluta di dover morire di lì a pochi giorni. Non sa di preciso dove, forse a Cernovcy, a Nikopol oppure a Leopoli, ma sa che sarà “presto”. Il suo nome è Andreas, il protagonista di Il treno era in orario, scritto da Heinrich Boll nel 1949, uno dei racconti più intensi della letteratura del ‘900
L’ansia che divora Andreas non è paura, ma inquietudine profonda (e feconda), febbrile attesa di una risposta che rincorre da sempre, urgenza di una resa dei conti, incandescente desiderio di verità e di pace (Non ho che da attraversare il corridoio, piantare lì il mio ridicolo bagaglio e svignarmela [...] e invece me ne sto qui come se fossi di piombo, voglio restare in questo treno, ho un desiderio tremendo della tristezza che grava sulla Polonia e di quella zona sconosciuta tra Leopoli e Cernovcy dove devo morire). Nel fragore cadenzato del treno Andreas gioca a carte con due commilitoni, beve con loro, ne avverte l’alito di carne in scatola e acquavite, ne accoglie la confessione dell’intima tragedia che si cela dietro la loro spavalderia. [Continua »]

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Il Colosso di New York

Come si descrive una città? Si può decidere di redigere un reportage, una sorta di documentario. Si può compilare una guida turistica. Si può scrivere un romanzo ambientato nelle sue strade. Se ne possono mostrare le suggestioni nei versi di una poesia.

Non sono pochi gli scrittori che hanno gettato lo sguardo sulla città di New York, del resto, né i film e le musiche che ne hanno voluto rappresentare l’anima. Il romanzo Il colosso di New York percorre tutte queste strade filmiche, musicali, prosastiche, poetiche, e così ne trova una propria, singolare.  L’autore è Colson Whitehead, una delle giovani promesse mantenute della narrativa statunitense. Nato nell’Upper West Side di Manhattan nel 1969, cresce leggendo i libri di Stephen King e i fumetti della Marvel. Studia e si laurea ad Harvard e torna poi a New York dove lavora come giornalista e critico televisivo. Insieme all’attività giornalistica coltiva la passione per la scrittura narrativa. I suoi romanzi sono pubblicati in quindici Paesi.

Una prosa di intensità poetica
Sfogliando le pagine del volume ci si rende subito conto della prosa di intensità poetica, che ha il gesto di un piano sequenza cinematografico e un ritmo di intensa musicalità (ad esempio, lo scrittore Gabriele Romagnoli ha accostato a questo libro la musica di Pat Metheny, Dave Matthews e Damien Rice). L’equilibrio tra prosa e poesia qui è raro ed è sostenuto, oltre che dal ritmo di vita della città, anche dal ritmo dell’architettura dei suoi luoghi.
Whitehead non racconta storie, ma offre prospettive, angoli di visuale, sguardi panoramici, postazioni da cui ricevere segnali efficaci ed eloquenti sul senso e il gusto della metropoli statunitense, sapendo che parlare di New York significa in qualche modo, parlare del mondo: ogni città è, infatti, a suo modo, un mondo. La cosa più importante è la sintonia. Occorre entrare in sintonia unica e privilegiata con una città per intuirla: «Io sto qui perché ci sono nato e quindi sono inadatto a qualsiasi altro luogo, ma di te non so», scrive Whitehead all’inizio del suo libro, quasi a sfidare il lettore e a dichiarare una relazione unica, forse gelosa. La «verità» su New York non ha nulla a che fare con l’oggettività: essa deve passare da un rapporto personale, viscerale, unico.
L’unicità della relazione è [Continua »]

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La lente e il sangue: Napoli

La piccola Eugenia, protagonista di Un paio di occhiali, racconto che apre Il mare non bagna più Napoli di Anna Maria Ortese, è affetta da una galoppante miopia. Una fitta nebbia le avvolge la vista, impedendole qualsiasi nettezza. Tutto ciò che la circonda è sfocato, velato da una dolce, misteriosa indecifrabilità. La bambina vive nell’attesa sospirosa di un evento: l’acquisto di un paio di occhiali. La famiglia si affanna – tra miseria, rimbrotti, rivendicazioni – nell’impresa: acquistare qull’oggetto magico in grado di restituire alla bimba la pienezza della visione. Finalmente il miracolo si compie. La bambina inforca le lenti.

“Improvvisamente i balconi cominciarono a diventare tanti, duemila, centomila; i carretti con la verdura le precipitavano addosso; le voci che riempivano l’aria, i richiami, le frustate, le colpivano la testa come se fosse malata; si volse barcollando verso il cortile, e quella terribile impressione aumentò. Come un imbuto viscido il cortile, con la punta verso il cielo e i muri lebbrosi fitti di miserabili balconi; gli archi di terranei, neri, coi lumi brillanti a cerchio intorno all’Addolorata; il selciato bianco di acqua saponata, le foglie di cavolo, i pezzi di carta, i rifiuti, e in mezzo al cortile, quel gruppo di cristiani cenciosi e deformi, coi visi butterati dalla miseria e dalla rassegnazione, che la guardavano amorosamente. Cominciarono a torcersi, a confondersi, a ingigantire. Le venivano tutti addosso, gridando, nei due cerchietti stregati degli occhiali”.

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Stanze segrete

A Roma c’è un piccolo teatro (quasi un salotto, non più di quaranta posti) e una compagnia che meritano di essere scoperti. Voglio segnalarlo anche a coloro che non sono di questa città, ma potrebbero passare per Roma e desiderare di assistere ad uno spettacolo teatrale di qualità (tanto più che il teatro si trova in Via della Penitenza, a un passo dal cuore di Trastevere, tra il carcere di Regina Coeli e Porta settimiana). È il teatro Stanze segrete (www.stanzesegrete.it). Diretto da Ennio Coltorti, regista e attore straordinario che ha legato il suo nome e quello del teatro soprattutto alla rappresentazione di A cena col diavolo di Jean-Claude Brisville, la sfida verbale tra Talleyrand e Fouché sul destino della Francia appena dopo la sconfitta di Napoleone a Waterloo.

In questi giorni, fino a domenica 15 marzo è in scena un’altra sfida di Brisville, quella tra Cartesio e Pascal, l’incontro-scontro, profondamente umano (e in fin dei conti solidale), tra il filosofo che rimuove tutto ciò che non può essere spiegato dalla ragione (la morte, la salvezza dell’anima, il giudizio di Dio sull’uomo) e il tormentato matematico giansenista, sedotto dal Mistero di Cristo ma schiacciato dal senso del proprio peccato. Da non perdere (è necessaria la prenotazione telefonica perché ha grande successo e i posti sono contati).

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BombaMusica

Giovedì 12 febbraio, alle ore 19.00, appuntamento con BombaMusica, il laboratorio di BombaCarta in cui ascoltare e proporre buona musica.

Tema di questo incontro è: il mare. Ognuno porta un brano che evochi, ricordi, parli del mare, poi li si ascolta uno alla volta e via via si commentano insieme. La durata dei pezzi dovrebbe essere di massimo 5 minuti, ed è preferibile portarli su cd (ma non necessario, per altri supporti tipo ipod, flash pen, o brani in mp3 contattatemi); è meglio portare anche le fotocopie dei testi, soprattutto se non sono in italiano.

Ci vediamo in via San Saba 19 (Aventino, Metro B Circo Massimo), dalle 19.00 alle 21.00.

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