La risposta soffia…

“Il re ordinò che fossero legati/ e gettati nella fornace ardente”. Il re di cui si parla è Nabucodonosor, la fornace ardente attende chi non adorerà “l’idolo d’oro”. Siamo dinanzi ai versi di una canzone di Johnny Cash, The fourth Man. La fornace ardente a cui allude il testo (fiery furnace), prima di essere un luogo comune del romanzo americano, le cui tracce sono tanto nel melvilliano Moby Dick che nei racconti di Hawthorne, è estrapolata da un brano biblico. Per narrare la sua personale (e sofferta) redenzione, Cash sceglie di interpretare un passo del profeta Daniele. Come è accaduto a Sadrach, Mesach e Abdenego nel passo biblico, Cash sente di avere camminato nelle fiamme e di esserne uscito, soccorso da un misterioso “quarto uomo”. Quello del corpo a corpo con le Sacre Scritture non è solo la cifra poetica del cantante scomparso nel 2003, na un topos ricorrente nella canzone popolare americana. Mediata dal grande patrimonio afroamericano dei gospel, nel quale il cristianesimo ha riversato il suo patrimonio figurale, lessicale e simbolico, la canzone Usa ha attinto a piene mani dal testo biblico, spingendosi in alcuni casi fino alla [Continua »]

Cose

La nostra vita quotidiana è piena di piccoli oggetti, di piccole cose che ci circondano e che usiamo o contempliamo o con le quali comunque entriamo in contatto. In realtà il rapporto concreto con le cose è il luogo in cui si gioca molta parte della nostra vita, giorno per giorno. Il significato della nostra stessa esistenza si gioca anche nel modo in cui noi viviamo con gli oggetti, come vediamo le cose.

L’allegria materialista
Francis Ponge (1899-1988) è un «classico» della descrizione degli oggetti più umili e quotidiani. Nelle sue meditazioni in prosa poetica egli le considera al di là di ogni abitudine percettiva, di ogni espressione verbale logorata dall’uso. Sembra domandare al suo lettore: come vedi il mondo? Come lo guardi? Ti rendi conto che le cose «esistono», oppure vivi senza prendertene cura? Nelle sue composizioni ogni oggetto sembra nuovo, come appena creato. Le parole tendono ad adeguarsi completamente alla cosa che provano a descrivere, riscoprendosi però sempre come un lenzuolo troppo stretto che viene tirato ora di qua e ora di là. Così, ad esempio, nelle prime righe della descrizione di una candela: «La notte a volte ravviva una pianta singolare il cui bagliore scompone le camere ammobiliate in cespugli d’ombra. La sua foglia d’oro si regge impassibile nel cavo di una colonnetta di alabastro, attraverso un peduncolo nerissimo». Gli fa eco il grande scrittore svizzero francese Philippe Jaccottet: «Il dono, inatteso, di un albero illuminato dal sole basso di fine autunno; come quando una candela è accesa dentro [Continua »]

78.08

Esce, per Excelsior 1881 di Milano, 78.08, nuovo libro di Tommaso Labranca. 

Quarantenne prodigio della letteratura minimal-italiana, di Labranca, piccolo ma ben proporzionato autore di culto, si rammentano pubblicati da Castelvecchi vari saggi dai titoli esemplari: da Andy Warhol era un coatto (antico, aggiungerei rovinando l’effetto), al Piccolo isolazionista, vera bibbia della Generazione iPod. 

Tralasciando la trama del nuovo 78.08, ininfluente ma dal finale a scelta, la carrellata dei personaggi, icone della società grossolanamente corretta, è fenomenale: Antonio Maniero è un consumatore quarantenne e nostalgico, che vive in una dimensione purtroppo parallela alla sua età aurea, il 1978 stroboscopico e un po’ ricchione della Saturday Night Fever, ove giovinetti per niente efebici tralasciavano la cura delle sopracciglia e le delizie della depilazione totale, per dedicarsi invece al rimorchio pecoreccio in discoteche di periferia. Ciò rigorosamente una sola serata a settimana (da tale sana abitudine l’abusato “one shot”), in perfetta compatibilità con una quantomai sottoborghese esistenza, animata dal sogno programmato per il sabato successivo.

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You said something!

PJ Harvey

PJ Harvey

You said something è una canzone di PJ Harvey tratta da “Stories from the City, Stories from the Sea” (un grande disco) e vuole essere un augurio per le Officine di BombaCarta di quest’anno, che tutti possano vivere la sorpresa di sentire una parola importante, una parola che non si dimentica. Nella storia raccontata in questa canzone non sappiamo di che parola si tratti, ma avvertiamo che è una parola nuova, inaspettata, tanto potente da incidersi indelebilmente nella memoria (ovvero nel cuore).

Di seguito trovate il testo in inglese e una mia traduzione, ma ecco anche il filmato della canzone cantata dal vivo e una versione acustica senza immagini (se preferite ascoltare senza farvi influenzare dallo sguardo e dal look di Polly).

I protagonisti sono su un tetto di Brooklin e l’orizzonte è vasto, la vista ampia. I tetti dei palazzi in città sono come le cime dei colli, se si sale su un tetto, anche inconsciamente, è perché si vuole vedere lontano, ci si vuole specchiare nel cielo, interrogarlo e lasciarsi interrogare. Da quel tetto di Brooklin si vedono le luci, i ponti e i grattacieli di Manhattan, un’immagine che sembra contenere, per la sua magnificenza e la sua formicolante dinamicità (flashing lights), una domanda.

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su Jovanotti, la solitudine e il respiro del mondo

Il seguente articolo è di Valerio De Felice, studente della classe III A del liceo Albertelli ed è stato “provocato” da una mia domanda: “scrivete un commento alla canzone Fango di Jovanotti”. Eccolo qua, buona lettura!

Trattenete il respiro. Tappatevi il naso e serrate le labbra. Potete  resistere due minuti, due minuti e mezzo con un po’ d’allenamento, poi il vostro cervello implorerà nuovo ossigeno e vi sembrerà di morire. La sensazione è corretta, se aspettaste ancora potreste effettivamente morire. È un dato certo, l’uomo non può sopravvivere senza ossigeno. Potete ricominciare a inspirare, ora.

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La nobile avventura del corpo (e le sue cinque vie)

 

Dopo Mestieri all’aria aperta. Pastori e pescatori nell’Antico e nel Nuovo Testamento del 2004 e dopo Sottosopra. Alture dell’Antico e del Nuovo Testamento del 2007, ecco un nuovo piccolo libro della “strana coppia” napoletana composta dal romanziere studioso della Bibbia Erri De Luca e dal parroco-scrittore Gennaro Matino, questa volta dedicato ai cinque sensi, da cui il titolo che sembra essere una richiesta: Almeno cinque. Almeno, come a dire che ci sarebbe bisogno di altri sensi, di sensi “ulteriori” per riuscire a percepire ciò che per sua natura è al di là della percezione umana: Dio. E’ lui il protagonista di questo breve saggio, come lo è della Bibbia, il “campo lavorato” dai due autori che, ancora una volta, si sono spartiti la fatica tra Antico Testamento (De Luca) e Nuovo Testamento (Matino).

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L’identità è una crosta?

Chi è lui? Chi è lo sconosciuto che mi sta di fronte, l’altro con cui ho incrociato lo sguardo, questo tale che mi parla, la persona con cui sto viaggiando gomito a gomito sull’autobus, l’uomo che mi viene incontro sul marciapiede? In Israele una simile domanda vuole innanzitutto una precisa risposta di carattere etnico perché essere ebreo o arabo (ancorché israeliano) è un elemento di diversità radicale che suscita sentimenti e comportamenti molto differenti. Eppure la questione non è così semplice. Può accadere, per esempio, che un ebreo cresciuto in un paese come l’Iraq, dopo aver parlato solo arabo per ventitre anni (e, quindi, con un’anima araba), sia costretto a lasciare il Paese per via del suo sangue semita e a rifugiarsi in Israele, l’unico paese disposto ad accoglierlo. Giunto nel nuovo Stato, questo strano ebreo di cultura araba, decide di abitare nel quartiere arabo di Haifa e di diventare uno scrittore.

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A partire da… un’opera

Quest’anno l’Officina romana di BombaCarta sceglie di cambiare “stile”. Non avremo più un tema generale comune, ma sceglieremo di confrontarci “a partire da…” un’opera d’arte. Dunque non più un tema, ma un’opera. Era ormai tempo, lo sentivamo. Ogni opera d’arte è un condensato di visione, di conoscenza e affetto. Anzi: l’opera stessa è una “visione”, una prospettiva sulla realtà, che è in grado di abilitare il suo “spettatore” a collocarsi davanti al mondo in un modo nuovo.

Dunque ciascuno di coloro che coordineranno l’Officina sceglierà un’opera d’arte: un quadro, un brano musicale, un testo letterario, un film, una scultura, un’installazione,… un’opera, frutto della creatività e del “genio” umano che, a loro giudizio, è denso di visione. Poi chiameranno altri a dare il loro contributo. Ma che cosa significa dare il proprio contributo?

Cerchiamo di chiarirlo… Facendo BombaCarta abbiamo compreso che l’arte è una “esperienza”, non un “fatto” o un “oggetto” (ob-jectum) che mi sta davanti e che io devo semplicemente “rispettare” come se fosse a me estraneo. Nel momento in cui io vengo a contatto con questo “oggetto”, esso “rischia” di diventare carne della mia carne e ossa delle mie ossa e pupilla del mio [Continua »]

L’arte come ri-conoscenza. A partire da Foglie d’erba di Whitman

One blue sky above us/  One ocean lapping all our shore/ One earth so green and round/ Who could ask for more? Questo è l’incipit di My Rainbow Race, una canzone di Pete Seeger del 1969 che mi ricorda tanto da vicino la domanda di Whitman citata da Antonio Spadaro in un recente messaggio (Il semplice fatto di esistere - che vi è di meglio?). Sempre nel 1969 il poeta argentino J.L.Borges ha tradotto, con ammirazione e passione, la raccolta di Walt Whitman Foglie d’erba precisando nel prologo, tra l’altro, che: “Innumerevoli sono coloro che hanno imitato, con esito diverso, l’intonazione di Whitman: Sandburg, Lee Masters, Maiakovskij, Neruda…”.

Anche Seeger, un “semplice” cantautore folk, ha imitato Whitman, ma così anche Bob Dylan, Bruce Springsteen, Tom Russell… e questo solo per rimanere nell’ambito della musica leggera. In effetti il poeta di Canto di me stesso e di Foglie d’erba è l’Adamo della poesia americana, così come Emily Dickinson è Eva: sono i progenitori di una tradizione letteraria che forse affonda le sue radici in Omero, ma che ancora oggi è tra le più vive, vegete e urticanti in circolazione. [Continua »]

Exordium ex…artis opere

Ex Antonii Spadari charta Rosa Elisa Giangoia vertit

Labente anno Officina Romana quae in BombaCarta est iter mutare legit. Argumentum commune iam nobis non erit, sed inter nos disceptare exordium ex…artis opere sumentes optabimus. Igitur iam non argumentum, sed opus. Tempus venit, ut intelleximus. Omnia artis opera in se ipsa animos, notitias, studia conglobant. Immo, ipsum artis opus est de natura opinio ad suum spectatorem ante orbem terrarum renovata mente ponendum apta.

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