Dalle sponde del mare bianco

In Napoli Ferrovia Ermanno Rea invoca per Napoli un destino: il meticciato. Solo l’annacquarsi di un’etnia - scrive - può offrire alla città la possibilità di un riscatto. In un libro di qualche anno fa, ancora su Napoli, Raffaele La Capria impugna l’arma della nostalgia. Una nostalgia che non è - spiega - un arroccarsi o un mitizzare un passato che non è più, ma al contrario “serve ad armare la memoria contro la rassegnazione, è un combustibile per alimentare la non assefuazione”. Come conciliare queste due voci, quella che pretende un futuro diverso - di mescolanza - e quella che invece indugia sul dolore suscitato da un passato tradito, un passato che chiede la non-rassegnazione? Una via paradossale - forse - c’è: il sud ascolti la voce di ciò che sta ancora più a sud. Solo così - forse - potrà ritrovare se stesso, potrà riagganciare al contempo il suo passato e il suo futuro. La casa editrice di Messina Mesogea lavora da tempo a comporre, registare, recuperare queste voci. Voci del Meditteraneo, voci del sud, come quella del poeta tunisino Moncef Ghachem.

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Abitare nella possibilità

Dopo il saggio del 2002 A che cosa “serve” la letteratura?, in cui era arrivato alla conclusione che la letteratura “serve” fondamentalmente a dire la nostra presenza nel mondo e, come uno “strumento ottico” (Proust), a interpretarla, a cogliere ciò che va oltre la superficialità del vissuto, il gesuita Antonio Spadaro, docente di “Introduzione all’esperienza della letteratura” presso la Pontificia Università Gregoriana di Roma, e redattore letterario della rivista “La Civiltà Cattolica”, ha ulteriormente approfondito la sua indagine sul valore e sul senso della letteratura nel recente saggio Abitare nella possibilità. L’esperienza della letteratura.  Nella prima parte del volume lo studioso traccia un percorso che attraversa e intreccia gli itinerari di critici e scrittori per individuare che cosa sia la letteratura e quali siano i modi per viverla e comprenderla. Passando attraverso concezioni diverse, Spadaro giunge ad “intuire come la “verità” della  letteratura stia nella sua “capacità di interpretare l’esistenza e di condurla al di là di se stessa”. [Continua »]

Le voci e le storie

La nostra vita è immersa nei suoni, nei rumori e nelle voci, che per lo più ci infastidiscono e ci stancano, per cui per il riposo cerchiamo la quiete e il silenzio, soprattutto a contatto con la natura, dove recuperiamo altri suoni, altri rumori, altre voci. Quest’ultimi ci portano fuori dal presente, ci trascinano indietro nel tempo, anche lontano, tanto che possiamo essere indotti a chiederci quale fosse l’ambiente sonoro degli antichi Greci e Romani. E’ quanto ha fatto Maurizio Bettini (nella foto), con la sua straordinaria capacità di indagine nei testi classici, spaziando dai più ai meno noti, nell’interessante saggio Voci. Antropologia sonora del mondo antico (Einaudi, 2008). Innanzitutto lo studioso ci fa notare che il mondo antico possedeva tutta una serie di sonorità, legate ad attività artigianali scomparse (come i colpi di martello dei fabbri, lo strepito delle macine dei mugnai, il cigolio dei carri, i colpi di frusta), che noi abbiamo perduto, ma molto più presenti erano le voci degli animali, ossia latrati, ragli, nitriti, belati, grugniti, cinguettii, di cui noi, oltre a quest’ultimi prodotti da alcune specie d’uccelli, conosciamo quasi unicamente l’abbaiare dei cani e il miagolio dei gatti. [Continua »]

L’ispirazione è decisione (non solo intuizione)

intervento tenuto il 20/9/08 al Festival di Poesia “Canto Libero”

«L’arte dovrebbe essere felicità»: così diceva Paolo VI in un suo discorso del 7 maggio 1964. Ma è davvero così?  Se ci pensiamo bene, specialmente nel secolo trascorso, l’arte è stata espressione di una visione tragica della vita. Come ha potuto Paolo VI, persona certamente fin troppo consapevole dei drammi del secolo, aver detto una cosa simile: «L’arte dovrebbe essere felicità»? Credo che questa sia una sollecitazione molto forte che ci aiuta a porre in maniera corretta la questione dell’ispirazione.

Inizio con una citazione del poeta polacco Adam Zagajewski, che ha definito l’ispirazione come «un certo stato mentale, eccezionale e straordinario», che ci permette di «scrutare il mondo attentamente e ardentemente». È una bella definizione: l’ispirazione non è pura emozione, né puro sentimento, né pura astrazione, ma vera e propria forma di conoscenza attenta e ardente del [Continua »]

La lezione di David Foster Wallace

Una mente troppo sottile e un cuore troppo avido. Alla ricerca continua di un di più: di vita, esperienza, significati e qualsivoglia altrove che la realtà offre, promette e quasi sempre inesorabilmente nasconde. Anche se in modo forse un po’ troppo oracolare e vago si può provare così a raccontare  David Foster Wallace, probabilmente il più talentuoso e irriducibile tra gli scrittori contemporanei che da poco ci ha lasciati.
Autore di romanzi fiume come Infinite Jest, tradotto in italiano da Fandango, di raccolte di racconti colti, idiosincratici e debordanti come La ragazza dai capelli strani (Minimum Fax) e Oblio (Einaudi), sugellatore di saggi tra il divertimento e la filologia come Di tutto di più. Breve storia dell’Infinito (Ed. Codice) oppure di quelli raccolti in Tennis Trigonometria e Tornado (Minimum Fax), Wallace era uno di quegli artisti della parola nati per ricordare a tutti lo scandalo della scrittura. Qualcosa che lacera o diverte, ma che comunque altera e muta la nostra percezione del mondo. E in fondo, divide, perché così deve essere.

O lo si adora o lo si detesta, dicono i più, [Continua »]

La scomparsa di D.F. Wallace.

14 settembre 2008, lo scrittore americano David Foster Wallace, 46 anni, è morto nella sua abitazione in California. Probabile l’ipotesi del suicidio. Ora io, esattamente come la voce narrante di Caro vecchio neon, non riesco a conciliare la scrittura eccessiva, traboccante, sorprendente di uno dei miei autori preferiti con un pensiero che dall’interno induce una persona a suicidarsi. Mi vengono in mente le parole di Tondelli  “la letteratura non salva, mai”. E mi ricordo di quanto sia necessario, per non far morire le parole, portarle dentro l’esperienza della nostra vita, con la terra ancora attaccata alle radici.

Res videre

 Ex Antonii Spadari charta Rosa Elisa Giangoia vertit

Anteprima immagine“Panis crusta mira est praecipue quod regionum formas simulat: ut in nostra potestate Alpes, Taurus vel Andini montes essent. Ita igitur massa sine forma eructans in siderum furnum nobis inducta est, ubi durans in vallum, cristarum, fluctationum et rimarum formas se redegit…. “Quod verum est: si panis crustam oblique adspicimus, non desuper, sed a latere et ex propinquo, agnoscimus hanc captiosam imaginem quae nobis ab illo clarissimo Francogallico poeta cui nomen Franciscus Ponge est datur.

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“La visione del cieco” e “Una tragedia negata”: il verbo essere e il tragico

 

Copertina di La visione del cieco (Einaudi) di Girolamo De Michele

Copertina di "La visione del cieco" (Einaudi) di Girolamo De Michele

Scrivo questo post con colpevole ritardo, riprendendo in mano appunti vecchi di mesi. All’inizio l’idea era quella di scrivere una recensione al romanzo “La visione del cieco” (Einaudi) di Girolamo De Michele; poi, leggendo il saggio “Una tragedia negata” (Il Maestrale) di Demetrio Paolin, mi sono accorta che il secondo testo spiegava il primo, o meglio spiegava il motivo per cui non mi aveva convinta. Riprendendo i libri e gli appunti a qualche mese di distanza, ho deciso di concentrarmi su una caratteristica del primo e sulla tesi principale del secondo, tralasciando tutto il resto.

La visione del cieco” è un romanzo scritto senza l’uso del verbo essere. Ho deciso di leggerlo proprio per questo, dopo che una recensione in cui si elogiava la capacità di De Michele di portare avanti una narrazione di quasi trecento pagine senza farvi ricorso mi aveva lasciata perplessa.

Leggendo le prime pagine mi sono stupita, effettivamente, di come De Michele fosse riuscito a ovviare a questa mancanza attraverso l’uso di frasi spezzate, interiezioni, ricorrendo spessissimo ai due punti e ai punti di sospensione. Eppure, in un secondo momento, queste trovate mi si sono rivelate in tutta la loro fragilità. Il motivo per cui, durante la lettura e anche in seguito, sentivo che c’era qualcosa che non andava era il fatto che il verbo essere non era stato messo fuori gioco, non era scomparso, ma era semplicemente stato nascosto.

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La poesia cinese: la parola come germoglio

La poesia classica cinese dipinge visioni. Il nesso profondo tra le idee e le immagini, tipico di questa esperienza poetica, ha colpito in vario modo l’immaginario occidentale. «Senza dubbio l’uso dei caratteri ideografici ci ha impedito di separare le idee, come avete fatto voi, da quella sensibilità plastica che per noi è sempre collegata con esse»: così si esprime André Malraux, uno dei miti del Novecento francese, vestendo i panni di un giovane cinese di nome Ling in un suo romanzo epistolare del 1926 dal titolo La tentation de l’Occident (1). E basterebbe ricordare quanto lo sguardo cinese abbia inciso su scrittori quali Ezra Pound e William Carlos Williams, che hanno anche curato la compilazione e la traduzione di antologie memorabili (2). Il valore dell’immagine dai contorni netti si univa, in questi poeti, all’esigenza di rifiutare il superfluo, di ricercare una misura nel verso. E queste esigenze nascevano o si consolidavano proprio grazie al contatto con la lettura degli scrittori cinesi: le forme poetiche cinesi implicano un’essenzialità radicale. È ciò che Williams definì come «il rigore della bellezza [Continua »]

Veder cose

«La superficie del pane è meravigliosa prima di tutto per l’impressione quasi panoramica che dà: come se si avesse a disposizione, sotto mano, le Alpi, il Tauro o la Cordigliera delle Ande. Così dunque una massa amorfa in stato di eruzione fu introdotta per noi nel forno stellare, dove indurendo si è foggiata in valli, creste, ondulazioni, crepe…». È vero: guardando la crosta del pane in obliquo, non dall’alto ma di lato e da vicino, riconosciamo questa suggestiva descrizione che ci viene suggerita dallo scrittore francese Francis Ponge.
La nostra vita quotidiana è piena di piccoli oggetti, di piccole cose [Continua »]