Into the Wild: la ricerca di una grazia nelle terre selvagge

Christopher Johnson McCandless, un giovane brillante e di buona famiglia, appena diplomato con lode all’Emory University di Atlanta, sparisce e si inoltra per le strade d’America con un sogno: raggiungere l’Alaska. È l’estate 1990. Chris ha 22 anni. Non manca nulla a questo ragazzo, dotato di una sensibilità acuta e di una intelligenza brillante. Tuttavia nulla gli basta, perché porta dentro di sé un’urgenza, una necessità assoluta che gli fa rifiutare ogni agio, ogni certezza, persino ogni regalo materiale. Lasciandosi alle spalle la sua città e il suo mondo, Chris intende provarsi in una nuova vita nella quale sia possibile immergersi a contatto diretto con l’esperienza senza filtri o mediazioni sicure.

Così assume un nome nuovo, Alex o, più esattamente, Alexander Supertramp («Supervagabondo»). Dona in beneficenza tutti i risparmi, circa 24.000 dollari, abbandona la sua automobile con le poche cianfrusaglie che si era portato dietro, brucia le banconote che si trova in tasca e avvia la sua peregrinazione, affascinante, malinconica e rischiosa, attraverso l’America del Nord. Tra steppe, deserti e città, il suo è un lungo itinerario, affollato di sensazioni, sentimenti, rancori, rifiuti e ideali vissuti intensamente. Questa storia ha ispirato

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Viaggio attraverso l’Eneide XI

La morte di CamillaCome già diverse volte era avvenuto, è l’alba di un nuovo giorno ad aprire l’XI libro. L’Aurora illumina i riti e i lutti che seguono alla battaglia.
Secondo il costume romano – o meglio sarebbe dire fondandolo e legittimandolo – Enea compie i sacrifici promessi agli dei prima di procedere all’ufficio pietoso della sepoltura dei cadaveri. Il capo dei Teucri rinvigorisce l’ardore dei suoi e degli alleati, affinché, dopo aver celebrato le cerimonie funebri, siano pronti senza indugio alla battaglia.
Enea piange Pallante, il giovane figlio di Evandro, che questi gli aveva associato come compagno nella spedizione e che era morto per mano di Turno.
Il lamento si accompagna ai preparativi del rito funebre, degno di un giovane di stirpe regale, caduto valorosamente in battaglia. [Continua »]

Quasi un rap

di Roberto Persico

Le ha lette anche ai suoi studenti, quando insegnava al liceo. «E piacevano molto, i ragazzi apprezzavano soprattutto il loro ritmo, quasi rap». Padre Antonio Spadaro, gesuita originario di Messina, è redattore di Civiltà Cattolica. Si occupa fondamentalmente di letteratura, ma anche di arte e di musica rock, di cinema e di nuove tecnologie; ha scritto su Proust e su Jovanotti, sulla pedagogia di sant’Ignazio e sulle “forme del religioso in internet”. Gerald Manley Hopkins è una presenza antica e costante nella sua vita, al punto da avere usato le poesie del grande autore inglese per i suoi esercizi spirituali e addirittura a scuola.

Hopkins addirittura un poeta rap, non è un po’ eccessivo? La lingua di Hopkins è una lingua di assoluta modernità, tanto che all’epoca sua – visse nella seconda metà dell’Ottocento, in pieno clima vittoriano – fu assolutamente incompreso. È stato il Novecento a riscoprirlo, ad apprezzare il suo verso spezzato, la sua libertà sintattica, il suo gusto per la sonorità delle parole. Hopkins ha inventato una lingua, e poeti come W. H. Auden, Seamus Heaney, Dylan Thomas hanno apertamente riconosciuto il loro debito nei suoi confronti. Certo, nella traduzione molto va, inevitabilmente, perduto: l’inglese è una lingua ritmica [Continua »]

Trans-figurazione

Ne “L’ermeneutica del soggetto” Michel Foucault, affrontando il pensiero greco, scrive: “La spiritualità postula la necessità che il soggetto si modifichi, si trasformi, cambi posizione, divenga cioè, in una certa misura e fino a un certo punto, altro da sé, per avere il diritto di accedere alla verità. Non può esserci verità senza una conversione o una trasformazione del soggetto“. Nella spiritualità Foucault vede insomma le tracce di una lotta, di una scarnificazione e di un lavoro del sé su di sé. C’è nel corpo della tradizione cristiana una parola che riassume questo agone: trasfigurazione. L’arte delle icone, che ha attraversato la storia del cristianesimo tanto orientale che occidentale, si è caricata di questo compito, come spiega Enzo Bianchi nel libro intervista Immagini del Dio vivente, a cura di Gabriella Caramore: “L’icona - spiega il priore del monastero di Bose -, non va mai dimenticato, è innanzitutto materia che deve esprimere qualcosa del processo di trasfigurazione che è in corso nel cosmo”. Nelle icone si compie dunque questa “lotta”: l’invisibile che prende forma nel visibile, nel materiale, nei tratti, nei colori, nelle figure, nei simboli. [Continua »]

Come ti racconto BC

Qualche riga per condividere con voi un “pezzullo” su una giornata targata BC. L’entusiasmo dei settanta partecipanti all’incontro con Stas’ a Ravenna è ora a disposizione sul sito de La Compagnia del Libro. Visto che in questi giorni si parlerà tanto di libro e lettura: si faranno molte chiacchiere, statistiche e progetti, aggregazioni e lamentazioni, ho pensato che fosse utile esporre chi guarda ad un metodo di vita attraverso la scrittura: la realtà della partecipazione vera di persone normali ad un’esperienza da fare anzitutto assieme. Guarda il video sul sito de La Compagnia

Viviscrivi. Verso il tuo racconto

viviscrivi

«Caminante no hay camino; se hace camino al andar» (Antonio Machado).

Viandante, non esiste una strada; la strada si fa camminando. Nella scrittura, come nella vita, non esiste una strada già preparata, predefinita, che richiede soltanto di essere scoperta e percorsa: sono piuttosto i passi che quotidianamente compiamo – a volte verso una meta precisa, altre in una direzione che sembra non condurre da nessuna parte – a tracciare il nostro cammino e a «fare» la strada. È questa considerazione che apre il volume «Viviscrivi. Verso il tuo racconto» (Eks&Tra Editore, 2008), della scrittrice brasiliana Christiana de Caldas Brito. Consapevole della difficoltà del mettersi in viaggio e vincere paure e insicurezze, l’autrice accompagna il lettore nel percorso che va dal sorgere dell’idea per un racconto al suo sviluppo attraverso la creazione di ambienti e personaggi, fino alla revisione finale. Una parte di questo volume è dedicata al racconto autobiografico, in cui la scrittrice invita a considerare anche le esperienze personali per trasformarle in prodotti letterari. «Partire dalle proprie esperienze non significa rinchiuderti in te», scrive, in un costante colloquio con il lettore, «ma osservare quello che ti è successo e che ti sta succedendo, prendere contatto con la realtà, con le tue emozioni, distaccartene e, solo allora, iniziare a scrivere il tuo racconto».

Il legame tra scrittura e vissuto personale, evidente sin dal titolo, [Continua »]

Ricordo di Enrico Morovich

di Bruno Rombi
La recente dedica, da parte del Comune di Genova, di uno spazio pubblico alla figura dello scrittore fiumano Enrico Morovich, a conclusione delle manifestazioni culturali svoltesi a Genova, Busalla e Chiavari, per celebrare il centenario della sua nascita, riapre in qualche modo il discorso su uno scrittore che ha lasciato una traccia importante nella letteratura italiana del ‘900.
La dedica del Belvedere sopra la Stazione Principe, che si affaccia sulla ferrovia e sul porto, restituisce allo scrittore uno spazio a lui molto caro, se è vero che, abitando in via Almeria per circa 40 anni, familiare gli era il percorso della linea urbana n.33 che da Principe, attraversando tutta Circonvallazione a Monte, porta all’altra grande stazione della città, e cioè a Brignole.
Al percorso di quell’autobus lo scrittore fiumano aveva dedicato la sua lirica che così inizia:
Viaggiavo sull’autobus per Corso/ Firenze guardando le navi alla/ fonda, in attesa di sbarco, lontane,/ davanti a Multedo, nel mare azzurro / lambito da un po’ di vento; e mi/ tornarono in mente mattine d’inverno/ quando dal parco sul colle vedevo/ l’azzurro Quarnero che la bora agitava…, lirica nella quale mare di Genova e mare di Fiume convivono nell’abbraccio ideale di una vita in gran parte trascorsa nella Superba, ma iniziata sulle coste dell’Adriatico. E proprio con tale lirica si apre il volume Cronache vicine e lontane (1) dello scrittore nato a Pecine (sobborgo fiumano) il 20 novembre 1906, battezzato a Tersatto, un villaggio sopra Sussak solo il 20 gennaio 1907, e morto a Chiavari il 29 ottobre 1994.

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Il corpo sonoro: il jazz di Davide Sparti

L’occhio ha un riparo, la palpebra. L’orecchio invece non ha protezione: è una cavità aperta. Su questa (solo apparentemente) minima differenza, poggia la gerarchia sulla quale il pensiero occidentale ha edificato se stesso: il primato della vista rispetto all’udito. E con essa della scrittura - con i suoi caratteri di permanenza, certezza, stabilità - rispetto a ciò che invece non possiede lo stesso statuto: la musica (o la parola orale). Con una rara finezza interpretativa, il filosofo Davide Sparti scava in “Il corpo sonoro. Oralità e scrittura nel jazz” nella differenza tra i due organi.

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Cielo sullo Stretto

Convegno di Reggio Calabria sul BombaPod

Tutte le relazioni del convegno di Reggio Calabria “La poesia - vivere nella possibilità” (3-5 aprile 2008) sono disponibili sul BombaPod, il podcast di BombaCarta.

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