di Giuseppe Di Vetta (classe 1^, sezione C, Liceo Classico Pilo Albertelli di Roma)
Alcune volte il Cinema fa commuovere, senza pretendere di raccontare una storia scontatamente sentimentalista o storicamente “drammatica”, in cui i protagonisti sono lì per far piangere, vestendo i panni tristi e a volte anche melensi – soprattutto quando il film non è d’autore – di uomini e donne costretti dagli eventi della vita o della storia a dover soffrire. Quando, infatti, un Film “fa commuovere”, senza appunto averne l’indispensabile pretesa per il successo nei botteghini, il pubblico rimane incerto, un po’ attonito, tacendo il più delle volte la tristezza di una lacrima, perché la commozione è così pungente e interiore che esibirla è come una vergogna. Le lacrime rimangono negli occhi, si assaporano nella riflessione riguardo a ciò che si è visto, e soprattutto si suggellano nella mente come la fotografia di un istante in cui ci si è sentiti pervasi da una “sensibilità nuova”. I grandi registi, infatti, non cercano prima di tutto il successo, né tanto meno le lacrime da “suggestione collettiva” più che individuale: questi “signori del cinema e dell’immagine”, come lo stesso Louis Malle o Steven Spielberg, fanno poesia, accettando coraggiosamente di raccontare storie semplici, interpretate il più delle volte da bambini, il simbolo della purezza, dell’innocenza e dell’inconsapevolezza. [Continua »]
Ieri, Giovedì 27 Marzo, si è svolto l’ennesimo appuntamento del Laboratorio di Cinema di Roma. L’affluenza non è stata molto alta, visto anche il clima che sta falcidiando le nostre buone volontà. Il tema di questo incontro era La musica e sono state visionate sequenze dai seguenti film:
1. LE VITE DEGLI ALTRI di Florian Henkel von Donnesrmarck (portato da Andrea)
2. VELEVET GOLDMINE di Todd Haynes (portato da Claudia)
3. PHILADELPHIA di Jonathan Demme (portato da Marco)
4. CANTANDO SOTTO LA PIOGGIA di Stanley Donen e Gene Kelly (portato da Giulio)
5. AMADEUS di Milos Forman (portato da Damiano)
6. ALTA TENSIONE di Mel Brooks (portato da Andrea)
Il prossimo appuntamento si terrà Giovedì 10 Aprile, alle ore 19.00, sempre presso Via di San Saba 19.
Il tema sarà: “Il Bene e il Male”.
A seguire, alle 20.45, ci sarà la visione del film “Collateral” di Michael Mann.
Ci ha accolto nella sua casa romana, un piccolo rifugio affacciato su Trastevere dove la scrittura si fonde con la riflessione e il silenzio. Claudio Piersanti ha parlato dei suoi libri e della totale incapacità umana di star bene in solitudine.
È su questo concetto che lo abbiamo interrogato e ascoltato: per Piersanti il suo Enrico, protagonista del romanzo Il ritorno a casa di Enrico Metz, è un uomo che sceglie di stare da solo, di ritornare ad apprezzare la quotidianità, di lasciarsi affascinare da gesti semplici e umili.
Solitudine non significa chiudersi in se stessi e allontanarsi dal mondo, come avviene, invece, per il personaggio di Luisa e il silenzio. Essere solitari, apprezzare la propria compagnia, non significa soffrire.
Claudio Piersanti è nato in Abruzzo nel 1954. Laureatosi in Filosofia a Bologna, attualmente vive tra Roma e le Marche. A lungo giornalista scientifico, è anche autore di sceneggiature cimematografiche (ha lavorato soprattutto con Carlo Mazzacurati) e di un libro a fumetti,Stigmate, scritto con Lorenzo Mattotti.
È autore di una raccolta di racconti e di numerosi romanzi tra cui L’amore degli adulti, Luisa e il silenzio, Charles, L’appeso, Gli sguardi cattivi della gente e Il ritorno a casa di Enrico Metz. Con quest’ultima storia ha vinto il “Premio Campiello 2006″, il “Premio Napoli 2006″, il “Premio Alassio 100 libri - Un autore per l’Europa 2006″ e il “Premio Frontino Montefeltro 2006″.
Quando la parola della letteratura giunge ad incarnare l’indicibile siamo in presenza di un grande libro. E ne La strada, l’ultimo romanzo di Cormac McCarthy, è il mistero dell’irriducibilità della vita che prende corpo nel viaggio drammatico di un padre e di un figlio non ancora adolescente. Siamo negli Stati Uniti di questi tempi, ma del mondo che conosciamo non è rimasto quasi nulla. Una catastrofe ha ridotto la terra ad un deserto di alberi bruciati e di cenere. Il sole è quasi completamente scomparso dietro ad un cielo di piombo e le notti sono cieche, impenetrabili, dominate da un’oscurità che “fa male alle orecchie a forza di ascoltare”, il solo suono udibile lo fa il vento gelido tra i tronchi nudi e anneriti. Il freddo non dà tregua e i due camminano verso sud spingendo sulla strada un carrello di un supermercato e facendo attenzione a non essere avvistati da altri sopravvissuti, molti dei quali si cibano di carne umana. La sopravvivenza dipende essenzialmente dal reperimento del cibo, ma le città sono state razziate da tempo e [Continua »]
Demetrio Paolin e Ferruccio Parazzoli. Un giovane e un veterano delle nostre lettere. Di qui un saggio, di là un romanzo-non romanzo, meglio una vorticosa e visionaria serie di immagini. In comune la cosa da narrare. Gli anni di piombo. Paolin concentra la sua attenzione sulle scritture che si sono occupate di terrorismo, mancando a suo giudizio un’occasione storica: quella di comprendere la dimensione tragica degli eventi e di puntare lo sguardo sulle vittime, veri “fantasmi” della narrativa di quella stagione. Parazzoli, invece, rilegge la vicenda Moro dal punto di vista di papa Paolo VI, che, novello Giobbe, si vede inconsapevolmente strumento di una rinnovata scommessa tra Dio e il Diavolo sulla fedeltà e la fede di un vicario di Cristo messo atrocemente alla prova dalla storia. Qui di seguito potete vedere le due interviste rilasciate dagli autori a La Compagnia del Libro.
Per Paolin, continua a leggere qui su La Compagnia del Libro Per Parazzoli, sempre ne La Compagnia, vai qui
Due affiatati coniugi israeliani, Yaari e Daniela, sono costretti ad una separazione forzata. Daniela vola in Africa per andare a trovare il cognato Yirmiyahu che ha scelto il remoto continente come riparo dopo la morte della moglie. E’ un uomo segnato dalla tragedia: prima ancora della scomparsa della moglie, suo figlio è stato ucciso dal “fuoco amico” dei suoi commilitoni durante un’operazione militare in Cisgiordania. Nello spazio scavato dalla separazione provvisoria, Yehoshua muove le storie parallele dei due coniugi, un “duetto” nutrito di segrete corrispondenze: ciascun coniuge è alle prese con un diverso enigma e ogni enigma affonda nell’altro il suo pungolo. Ma che forma prende il mistero? I venti che - come spiriti indomiti - agitano la notte degli inquilini di un grattacielo di cui Yaari ha progettato gli ascensori, in Israele. La dinamica della morte del giovane nipote per “fuoco amico” in Africa. [Continua »]
Si può parlare della bellezza? E cosa c’entra la letteratura?
Della bellezza è sempre difficile parlare. Anche quando si è innamorati non si riesce a parlare della bellezza. Si rimane statici di fronte alla bellezza. Si rimane colpiti, ma ci si sente diversi. E allora si resta zitti e nasce il silenzio. La poesia nasce proprio dal silenzio, la poesia è il tentativo di dire qualcosa che in realtà non si può dire. Quando Dante è davanti alla luce di Dio, dice: “Qui oltre non posso più parlare, qui alla parola manco possa, all’alta fantasia qui manco possa” ovvero qui manca la potenza, qui manca la possibilità. Io penso che anche davanti alle cose più semplici è difficile dire. Il dire è sempre condizionato dalla precarietà e dall’impossibilità della parola di dire esattamente ciò che sente. Quando sei innamorato, infatti, tenti invano di [Continua »]