Io odio la letteratura

Dieci anni fa veniva a mancare un personaggio pressoché unico nella scena culturale italiana: Sergio Quinzio. Saggista, teologo, biblista, critico ma perenne autodidatta, formidabile lettore senza lauree né accademie. Pochi “scrittori di cose religiose” hanno ottenuto altrettanto spazio e rilevanza sulla scena culturale “laica”. La sua influenza su scrittori italiani alle prese con interrogativi esistenziali è stata davvero grande, da Ceronetti a Testori, De Luca, Permunian, Mozzi, ecc. Eppure, proprio in una lettera a Ceronetti, Quinzio se ne esce con questa osservazione di sprezzo calcolato, scontata e urticante:

«Naturalmente io odio la letteratura con tutte le forze: è il pendio lungo il quale scende il sacro fino a disperdersi nel nulla. La parola ha un potere subliminale, catartico, in qualche misura salvifico, solo finché e perché è scritta con la potenza, l’urgenza e la spontaneità che possono nascere soltanto dalla certezza che la vita deve diventare “pace della giustizia e gloria della tenerezza” (Bar 5,4). Via via che questa certezza entra in ombra, la parola discende da religione a poesia, a letteratura, a convenzionale strumento di comunicazione. In qualche fase di questo processo la parola può acquistare una certa speciale forma di rigorosa esattezza. Ma il processo è ovunque e fatalmente discendente, perché ogni acquisto è fatto al prezzo di una più grande rinuncia. La parola è la storia, non il cielo immobile».

(Sergio Quinzio, L’esilio e la gloria, pp. 20-21)

E allora, come la mettiamo?

aperture n.10

Gas-o-line n° 60 + il Giornalino di BombaBimbo - Settembre 2006

Gas-o-lineCari Bombers,
al ritorno dalle vacanze, con l’arrivo delle prime piogge, ecco che arriva l’ultimo numero di Gas-o-line.
Tanto per rientrare completamente nel clima BombaCartiano alleghiamo l’ultimo uscita del Giornalino di BombaBimbo.
Li trovate, insieme a tutti gli arretrati di Gas-o-line, nella pagina dedicata a Gas-o-line all’interno del sito: http://www.bombacarta.com/?page_id=16.

Auguriamo a tutti un buon rientro a casa e una buona lettura.

La Redazione

Dwelling in possibility

Each one of us has to be a seed and each one of us, in our way, can bare fruit of every type; projects, friendship, reflections, intuitions, kindness…

But to be a seed is not to be viewed so lightly. A fundamental condition is needed. Lets try to understand what that condition is.

At times we consider ourselves as those who have or are without; we possess things, whether that be, money, a car, books or domestic appliances and /or we possess virtues such as initiative, patience, creativity… or instead we are those who are without.

If we possess these things, we are happy. If not, then we desire to own them. Which one of us, if not enterprising, bright, patient or creative, would not like to be so?
And all of this can be a good thing, no doubt, irrespective of a useless dualism between to have and to be. But is it enough?

It must not be so.

We are not simply divided between those people who own things, in their pursuit to accumulate, and those who are left wanting and are without.

We are instead called to be administrators, those capable of using or rather to potentialize that which we own.
A seed held tightly in one’s hand is so over protected that it rots before us. We are not called to be bodyguards of our personal wealth. We are, however, called to be investors.
How often do we become bodyguards of ourselves and that which surrounds us. Yet, a creative person is never a bodyguard.

At this point a question arises: what use is there to invest if everything must finish? There is nothing we can do, the question persists.

We find among us people able to invest their talent and qualities, but at times they themselves know not why. Their investment knows no horizon, or if it does, it is narrow.
Some weeks ago, I read a good book entitled Father Joe written by Tony Hendra, the famous show business personality connected with Monty Python. (The novel is published by Random House in the USA, and by Mondadori in Italy).

Hendra speaks about his friendship with a Benedictine monk. There is a short passage that speaks about the “core of modern arrogance: only my lifetime counts. My lifetime is ‘forever’. Time before it and time after it do not exist. Everything of importance must come to pass in my lifetime”.
Our investments don’t work because they have a very short deadline. They are repurchase agreements. We know when we will re-sell our bills of exchange and also for how much.
The meaning of life doesn’t work in this way.

The measure of the meaning of life is overflowing and requires us to dwell in the possibility (Emily Dickinson).
Without a heart capable of such a dimension of possibility our life would die, as the seed held so tightly dies, and with it the sense. The heart asks for a huge horizon. A good book distinguishes itself from an other by it’s depth and horizon.

Who will give us this horizon? Who will help us see?

aperture n.9

Riapre il LABORATORIO di SCRITTURA di BC a Roma

Vi comunico che il laboratorio di scrittura di Bombacarta a Roma riaprira’ i battenti mercoledi’ 18 ottobre alle 19:00 presso il Centro Culturale Chris Cappell in Via Tomacelli 146. Per saperne di piu’, le informazioni sul laboratorio si trovano ai seguenti link:

http://www.bombacarta.com/roma/?p=labscrittura 
http://www.stasgawronski.it/lab.htm

Vi aspetto!

Stas’

 

Convegno Nazionale

UNIVERSITA’ DEGLI STUDI DI MESSINA
Facoltà di Scienze della Formazione
Dipartimento di Studi Linguistico-Letterari e della Documentazione Storica e Geografica
Cattedra di Letteratura Italiana

REGIONE SICILIANA
PROVINCIA REGIONALE DI MESSINA
COMUNE DI MESSINA
FONDAZIONE BONINO PULEJO

IL ROMANZO E LA STORIA
NELL’ETÀ MODERNA

CONVEGNO NAZIONALE
Messina 26-28 settembre 2006

Ecco il programma:

[Continua »]

Ciascuno di noi dovrebbe essere un seme.

Ciascuno di noi può dare frutti di ogni genere: progetti, amicizie, riflessioni, intuizioni interiori, simpatie…
Ma non è così scontato essere seme. Per esserlo c�è bisogno di una condizione fondamentale. Cerchiamo di capire qual è.
A volte noi ci consideriamo come persone che hanno o non hanno; persone che possiedono cose (qualsiasi cosa: soldi, macchine, libri, pentole,…) e che possiedono qualità (intraprendenza, pazienza, capacità creativa,…) oppure persone che non le possiedono.
Se le possediamo siamo contenti. Se non le possediamo vogliamo ottenerle. Chi di noi, se non è intraprendente, brillante, paziente, creativo, non vorrebbe esserlo?

E tutto questo può essere cosa buona, certo, al di là di ogni inutile dualismo tra avere ed essere. Ma basta?

Non deve bastare. Non non siamo solo gente che possiede e accumula o non possiede e desidera. Noi siamo chiamati ad essere amministratori, gente capace di usare o, meglio, di “mettere a frutto” ciò che possiede.

Un seme stretto in mano è talmente protetto che ci marcisce davanti. Noi non siamo chiamati ad essere bodygards del nostro patrimonio umano. Siamo chiamati ad essere investors. Quante volte noi diventiamo semplicemente delle “guardie del corpo” di noi stessi? Il creativo non è mai “guardia del corpo”. Sono veramente creative le persone che non si curano affatto di tutelare, di conservare se stesse, la propri immagine, la propria vita, il proprio talento. Sono creative le persone per le quali “essere” significa investire e confidare; le persone per le quali to be significa to trust.

A questo punto scatta una domanda: investire a che pro, se poi tutto finisce? Non c�è niente da fare: la domanda si impone. Si trovano persone capaci di investire cose, talenti e qualità, ma a volte esse non sanno perché lo fanno. Il loro investimento non ha orizzonte o, se ce l�ha, a volte esso è angusto.

Qualche settimana fa ho letto un bel libro scritto da Tony Hendra, famoso uomo di spettacolo inglese legato al gruppo dei Monty Python. Il romanzo si intitola Father Joe, cioè Padre Joe (edito da Random House in USA e da Mondadori in Italia). Hendra parla della sua amicizia con un monaco benedettino. Vi è un passaggio breve che condensa il segreto dell�insuccesso, il “nocciolo dell�arroganza moderna”: “Conta solo la mia vita. La mia vita è �per sempre�. Il tempo che l�ha preceduta e il tempo che la seguirà non esistono. Tutto ciò che importa deve accadere durante la mia vita”. I nostri investimenti non funzionano perché sono tutti a breve scadenza. Sono tutti “pronti contro termine”. Sappiamo quando rivedremo i nostri titoli e pure a quanto. Col senso della vita non funziona così. La misura del senso della vita è traboccante e richiede di vivere nella possibilità (I dwell in possibility, ha scritto Emily Dickinson).

Senza un cuore capace di queste dimensioni di possibilità la nostra vita ci morirebbe in mano e così il suo senso. Il cuore chiede di avere un orizzonte grande con l�Oceano e vasto come le praterie. I buoni libri si distinguono dagli altri per la dimensione e la profondità del loro orizzonte.

Chi ci darà questo orizzonte? Chi ce lo farà vedere?