La biblioteca di tutte le storie

Dove stiamo mettendo i piedi?
Spesso dimentichiamo che la Bibbia è un libro: quanti lo hanno letto consequenzialmente, come si fa con un romanzo? Pochi. Eppure ci sarà una ragione se i suoi libri ci sono offerti in un certo ordine, piuttosto che in un altro…
Per di più, la Bibbia è un libro quanto meno presuntuoso, e lo è fin dal titolo. Tradotto innocuamente significa «biblioteca», ma la sua esplicita intenzionalità è di essere «la biblioteca», la raccolta di tutte le storie. È stato William Blake a definirla the graet code of Imagination. [Continua »]

Le proporzioni mitiche della vita

«In occasione di una delle nostre ultime gite in macchina – mio padre era alla fine della sua vita terrena – ci fermammo nelle vicinanze di un fiume, raggiungemmo a piedi la riva e ci sedemmo all’ombra di una vecchia quercia. Dopo un paio di minuti mio padre si tolse scarpe e calzini, immerse i piedi nell’acqua che scorreva limpida e restò lì a fissarli. Poi chiuse gli occhi e sorrise. Non lo vedevo sorridere così da molto tempo. All’improvviso fece un profondo respiro e disse: “Mi viene in mente…”».
Così comincia Big Fish, il romanzo di Daniel Wallace, [Continua »]

Giardini in tasca su caldaie crepate

“Bombasicilia” è il trimestrale d’approfondimento curato dalle Kukuzze. Il nuovo numero, il quinto del quinto anno, si intitola GIARDINI IN TASCA SU CALDAIE CREPATE

62 pagine e un nuovo menabò disegnato da Luigi “g1ga” Bellanca.

L’Editoriale di Maria Renda, “Per quelli che prendono la letteratura sul serio”, apre il numero dedicato al cosmo dell’esperienza della lettura. I giardini in tasca sono, secondo un proverbio cinese, i libri, quelli che ci portiamo sui treni, nelle università, quelli che ci hanno aperti a nuovi sensi e quelli che ci hanno lasciati annichiliti, le caldaie crepate sono le parole con cui quei libri sono stati scritti e quelle con cui cerchiamo di descriverli. [Continua »]

A proposito di miracoli

(L’esperienza delle PIETRE DI SCARTO)

Questa volta è stata proprio dura”, ci diciamo in coro appena arrivate, ma siamo soddisfatte: ci siamo date da fare, abbiamo cercato da sole oppure facendoci aiutare, chiedendo consiglio ad amici e parenti, coinvolgendo tutti in questo gioco appassionante.
Come si fanno i miracoli” - ci dicevano quelli ai quali ci siamo rivolte - “devi chiederlo a Dio: Lui certamente se ne intende” oppure “Ma che vai a pensare? Certo che ne hai di fantasia!” e qualche marito “C’è un mucchio di roba da stirare, quello sì che sarà un miracolo…”.

Ci sentivamo come esseri di un altro pianeta, stupide illuse che si danno a ricerche fasulle mentre urgono ben altri problemi da risolvere. Eppure siamo qui, nella sala della Biblioteca Comunale, che sentiamo ormai nostra, alla solita ora (beh, questa, però, è come al solito approssimativa).
Ciascuna di noi ha trovato più di una pagina di prosa o poesia, ma anche il testo di qualche canzone, qualche film e persino riferimenti a qualche opera d’arte. Notiamo con soddisfazione che il campo di ricerca delle nostre Officine va allargandosi ed approfondendosi, ma quel che più è importante è che continuiamo a conoscerci tanto da arrivare a prevedere l’ambito e il tipo di ricerca nel quale quasi sicuramente ciascuna si sarà cimentata.
Un’altra bella novità sono Vera Munafò, dottoranda all’Università di Messina in Scienze della Formazione e docente di lettere, che ha attraversato lo Stretto per essere con noi e Teresa Celestino, docente in pensione e attivissima volontaria ospedaliera, che può partecipare solo alle Officine perché tutti gli altri giorni è impegnata con l’AVO in Ospedale. [Continua »]

Il latino: una lingua che ancora unisce

La musica, l’amore, il mistero fusi insieme da una lingua che ancora unisce, soprattutto nella società globalizzata

paganiniIl nostro futuro sarà forse scritto in latino? Nel mondo occidentale globalizzato e informatizzato può esserci ancora spazio per la lingua dei nostri antichi padri? Forse sì, o comunque è questa la scommessa di Rosa Elisa Giangoia, professoressa di lettere (e di latino, ovviamente) nei licei di Genova e scrittrice, giunta al suo terzo romanzo che, non per sbaglio ha vinto, da inedito, il primo premio al Concorso Internazionale «Città di Salò 2004». Il latino è il vero protagonista di questa delicata storia di amore, una lingua che oggi è davvero (e non solo nella finzione letteraria della Giangoia) molto usata nel variegato mondo di Internet, proprio come forma di comunicazione universale che, attingendo dal passato, unisce davvero tutte le culture; una lingua che unisce senza cancellare le realtà particolari.

Oltre al latino c’è l’arte (in particolare la musica e la poesia): una dimensione che, proprio per la sua gratuità rende l’uomo più aperto e meno impreparato ad affrontare tutti i problemi dell’oggi. Sono queste le conclusioni a cui arriverà il lettore seguendo le orme del giovane protagonista: Diego Dandini, 37 anni, di Genova, studioso di letteratura cristiana antica che, seguendo il suono di un violino si imbatte in una ragazza di Praga, Mylada. La musica è un miraggio per i due ma anche un modo di accesso al mistero della vita. Diego e Mylada, parlando appunto solo in latino, si mettono sulle tracce del “segreto” di Paganini, della sua inimitabile arte. E lo troveranno: mentre vagano per lei vie della città ecco che nell’aria si diffonde un suono di violino, e sono proprio i «Capricci» di Paganini. I due, ipnotizzati dal “miraggio di Paganini”, arriveranno alla fonte di quel “segreto”.

Nel momento in cui il miraggio si realizza, ovviamente svanisce. A Diego rimarrà il ricordo di Mylada che, con gli occhi scintillanti di felicità, lo saluterà trepidante («Multas gratis tibi ago»: ti ringrazio molto) con un bacio leggero e rapidissimo prima di sparire. Non la rivedrà più e non potrà fare a meno di pensare che il bello della vita non è il possesso ma il dono, è amare, incontrare qualcuno che dia al nostro cuore la misura, il palpito dell’incontro e l’emozione del desiderio.

«Il miraggio di Paganini», Rosa Elisa Giangoia, Ibiskos, pp. 87, 12 euro

Romasette, supplemento domenicale ad Avvenire 26 marzo 2006

Dove e quando nasce il seme fecondo della scrittura?

Quando zampillòEttore e Andromaca, Giorgio De Chirico dapprima quella fonte che doveva riempire papiri e biblioteche, riversarsi nel grembo accogliente degli scriptoria medievali e poi abbracciare la carta stampata, beffando chi non mancò di affermare che quei nuovi libri prodotti in serie su materiale cartaceo non avrebbero retto all’usura del tempo, per smaterializzarsi, infine, sullo schermo del computer adesso?

Percorrendo un cammino a ritroso troveremmo che presso date civiltà l’uso della scrittura fu inizialmente legato a necessità di controllo politico-economico da parte di un potere centrale su un territorio ad esso soggetto, ma chi e quando per la prima volta nella storia della letteratura occidentale diede spessore culturale a quel gesto di indubbia utilità pratica? Perché e in quale contesto una tale istanza poteva sorgere? [Continua »]

C.S.Lewis, una breve introduzione

Mentre nell’assolata e affollata Dallas il più “giovane” Presidente degli Stati Uniti cadeva sotto i colpi di ignoti sicari, dall’altra parte dell’oceano, si spegneva, nel silenzio della più profonda solitudine, un oscuro vedovo e professore di filologia di Cambridge: Clive Staple Lewis, per gli amici, “Jack”. Sette giorni dopo, il 29 novembre di quell’anno, Jack Lewis avrebbe compiuto 65 anni essendo nato esattamente cento anni fa, a Belfast. Ma chi fu questo professore dal nome così comune? [Continua »]

Les Murray: La poesia rinnova la vita delle cose

La poesia «è il mio lavoro, il mio campo e, credo, la mia vocazione: il canale primario da cui attingo (o ricevo) ogni senso delle cose ultime». E ancora: «la poesia rende vere le cose, rinnovandone la vita e la percezione che abbiamo di esse». Già da queste battute si comprende come non bisogna lasciarsi sfuggire il volume che le contiene: Lettere dalla Beozia, una raccolta di saggi di Les Murray, australiano, uno dei più grandi poeti viventi, autore del romanzo in versi Freddy Nettuno (Giano, 2004) e di numerose raccolte, dalle quali Adelphi ha tratto l’antologia Un arcobaleno perfettamente normale.
Per Murray la Beozia e Atene rappresentano due categorie dello spirito che si scontrano per poi contaminarsi: la prima, rurale e tradizionalista, richiama la terra, la sua sacralità, la cultura «vernacolare»; la seconda, raffinata e moderna, si distingue per l’èlite intellettuale e per la cultura intesa come potere. Se Omero subordina la natura non umana all’eroismo, cantando valori aristocratici e guerreschi; il beota Esiodo canta la vita dell’uomo sottoposto alla signoria del ciclo delle stagioni e degli dei, i cui valori sono la pace, la continuità e la comunità. Prendendo i panni di Esiodo, Murray riflette sull’Australia postcoloniale, fornendo suggestioni di valore universale.
I saggi offrono descrizioni straordinarie dell’Australia selvaggia, ma anche ampie riflessioni sulla cultura occidentale; confessioni biografiche e affondi sul significato della poesia; incisivi interventi sulla condizione politica del suo Paese e intense pagine di significato teologico («Non possiamo costruire una visione della vita soddisfacente su fondamenta agnostiche o atee, perché non possiamo convincere i nostri sogni a crederci»). Queste pagine vivono del pulsante riflesso di una poesia vitale. Esse, tra l’altro, aiutano a intuire che cosa significhi vivere l’impegno culturale e civile come momento interno della vocazione poetica.

Les MURRAY, Lettere dalla Beozia. Scritti sull’Australia e la poesia, Azzate, Giano, 2005.

Nasce il gruppo di lettura di Asterione

Il gruppo Asterione ha dato inizio ad un’applicazione particolare del laboratorio O’Connor. Il modello del lab O’Connor di BombaCarta viene utilizzato come esperienza di facilitazione relazionale per persone provenienti da percorsi terapeutici o riabilitativi di carattere psichiatrico, psicologico o psicoterapeutico. Previa valutazione, l’accesso al gruppo è libero e può essere diretto oppure mediato dall’eventuale terapeuta.

I candidati ideali sono persone con difficoltà relazionale di entità lieve o media, disturbi fobici (in particolare fobia sociale o attacchi di panico), al termine o nel corso di un cammino psicoterapeutico, elevata timidezza etc.

Il progetto è coordinato da Cristiano M. Gaston (psichiatra, psicoterapeuta), Pier Paolo Colombo (psichiatra, psicoterapeuta), Roberto Fioravanti (educatore professionale di comunità). Il gruppo è condotto da Roberto Fioravanti.

Gli incontri si svolgeranno a Roma con frequenza ogni due-tre settimane, il venerdi alle ore 19, in zona Parioli ed inizieranno al raggiungimento del numero minimo di partecipanti.

Informazioni più dettagliate sono disponibili sul sito di Asterione. I coordinatori sono reperibili all’indirizzo staff@asterione.org.

Di Terra e di Noi

Si nasce con un dialetto in bocca.

E’ il dialetto della propria origine, coi suoni e le inflessioni della voce giusti, tipici, determinanti, simili al profilo della propria terra, coi motivi cantati di una regione. Il dialetto sta in bocca come un buon sapore, come l’acqua delle fontane o come una musica conosciuta; si possono dimenticare le lingue imparate, ma il dialetto resta nel fondo della gola coi suoi speciali suoni, i gorghi, gli arresti e i canti.

Il nostro è uno dei più ostili all’orecchio del forestiero, suona sgradito quasi come una favella straniera [...] non assomiglia infatti a nessuno dei linguaggi delle regioni vicine, ma assomiglia al “volto della gente”. Non so se le lingue vengono considerate come espressioni dirette della razza. Il mio dialetto è come un personaggio: disceso dalle strade delle nostre valli porta con sè una gran quantità di paragoni, di immagini, suoni, similitudini che sembrano essere come i nostri boschi, gli impetuosi torrenti, le case solitarie, le preghiere cantate dell’uomo, i cori delle chiese, il grido dei selvatici; e s’annuncia coi suoni più strani [...] non ha grazia all’orecchio di chi ascolta, ma dà sensazioni di forza; senza avere le costruzioni sintattiche involute proprie delle lingue nobili ha una cruda immediatezza, un preciso potere di definizione.

E dà gusto a parlarlo e anche ad ascoltarsi mentre lo si parla; perchè trascorsi anni di vita [...] ognuno se lo ritrova in bocca come un mazzetto di erbe nostrane e lo ributta fuori con assoluta fedeltà, come un ruminante.

Sono queste alcune riflessioni tratte da un testo di Vittorio Polli dai Quaderni Brembani 2002, a cura del Centro storico culturale della Valle Brembana. [Continua »]