Canto dello splendore dell'acqua (1950)

Nel fondo stesso, a cui volevo solo attingere
acqua con la mia brocca, ormai da tempo alle pupille
aderisce splendore… Tante le mie scoperte
quante mai fino a ora!
Qui, riflesso dal pozzo, scopersi in me tanto vuoto.

Che sollievo! Interamente non saprò in me trasportarti,
ma voglio che tu resti, come nello specchio del pozzo
restano foghe e fiori colti dall’alto,
dallo sguardo degli occhi stupefatti
- occhi più luminosi che tristi.

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Liberazione

La parola liberazione di per sé non ha senso compiuto: non significa molto.

E’ una parola monca che deve confrontarsi, se vuole avere senso compiuto e forte, con il destino ultimo dell’uomo e il suo desiderio di felicità. Lo scrittore Vasilij Grossman nel suo Vita e destino osservava: «Il grande cambiamento avvenuto nella maggior parte delle persone consisteva nel fatto che perdevano a poco a poco il sentimento della loro individualità e avvertivano con sempre maggior forza il sentimento della fatalità. [...] Il gusto della felicità se n’era andato, non c’era più, e al suo posto la tormentava una moltitudine di voglie e progetti».

Fatalità contro felicità: ecco il nodo che la libertà deve sciogliere.

La fatalità nega, avvilisce, riduce a puro istinto quel che è il desiderio profondo di felicità che è in ogni uomo. Se vince la fatalità, il desiderio del cuore umano rischia di sgretolarsi in un puro flatus vocis. Così anche viene eliminata sempre e comunque la responsabilità e dunque la libertà.

La figura etica dominante allora è quella di colui che “reagisce”, dell’antagonista, del ribelle, di colui che non è responsabile delle sue azioni perché la loro causa è esterna, e ad essa bisogna reagire. Egli gode dell’immunità del prefisso «re-/ri-»: reazione, resistenza, ribellione, rivolta. In questa condizione la libertà si risolve in una inutile volontà ribellistica di «liberazione».

L’artista allora diventa l’incarnazione dell’eroe-vittima, il Prometeo incatenato. Lo aveva già detto Musil nel suo L’uomo senza qualità: «E’ sorto un mondo di qualità senza uomo, di esperienze senza colui che le vive, e si può immaginare che nel caso limite il peso amico della responsabilità personale finirà per dissolversi in un sistema di formule di possibili significati».

Il dramma tra bene e male in tal modo sarebbe sempre fuori di me, mai in me, ma così la libertà resta impossibile, atrofizzata; la libertà rimarrebe non una forza propulsiva, ma solo un vuoto immenso da riempire (Karol Wojtila, Eco del pianto primigenio). Ma così, come la libertà sarebbe un vuoto, così anche l’arte sarebbe muta, puro contenitore di macchie di colore o di parole. Schizzo ribelle e secco.

Come se ne esce? Nulla nella vita è stabilito in maniera automatica e anonima: i «giochi» non sono mai fatti e la storia (anche quella narrata) resta lo spazio della libertà, per quanto ferita. In questo spazio può maturare il desiderio aperto al gusto e alla responsabilità concreta, creativa e impegnativa di vivere su questa terra.

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