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Antonio Spadaro - pubblicato il 1 settembre 2004
Ogni immagine che l’essere umano vede è sempre storica:
ha una storia, è il pezzo di una storia, persino la cosiddetta “pura immaginazione” o fantasia. Esse infatti fanno appello, combinano e rilanciano elementi della nostra memoria o della nostra realtà: senza il reale non esisterebbe l’immaginazione.
A sua volta l’immagine può raccontare una storia esattamente come il racconto di una storia può (anzi: deve) suggerire immagini. Sappiamo bene che la lettura di un romanzo spesso è in grado di trasformarci in “registi” di film che “proiettiamo” solo grazie alla nostra immaginazione.
Semplifichiamo: chi fa arte può essere attento all’autenticità e al valore dell’esperienza o alla forza e alla persuasività dell’immaginazione. Nel concreto spesso questi estremi si toccano, ma certo stiamo parlando di due “poli”:
- il raccontare eventi (la narratività, lo “storytelling”), cioè la storia
- il vedere forme (la visività, il “visual”), cioè l’immagine.
Un esempio: Edward Hopper, un pittore americano, nei suoi quadri, trasforma immagini colte dalla vita ordinaria in storie, anzi in un’epica del quotidiano. Dietro le sue immagini si legge una storia e le sue immagini sono, a loro volta, colte da una storia.
In principio c’erano le storie.
Nell’anno che si apre nelle Officine di BombaCarta si parlerà di storie. Il tema dei nostri incontri sarà: Credere nelle storie. E’ questa, crediamo, la strada per credere anche nelle immagini, che nelle storie hanno il loro vero fondamento.

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Antonio Spadaro - pubblicato il 1 settembre 2004
Dal 27 maggio al 5 settembre 2004 nelle sale della Tate Modern di Londra ha luogo un’ampia mostra antologica dedicata al grande pittore statunitense Edward Hopper (1882-1967). Si tratta della più ampia retrospettiva mai dedicata in Europa al pittore americano.
Tra i quadri esposti però sono purtroppo assenti quelli caratterizzati da una fresca luminosità marina quali l’acquerello Yawl Riding a Swell del 1935, e gli oli The Lee Shore del ‘41, The Martha McKean of Wellfleet del �44 e Ground Swell del ‘39. Sono opere che emanano un’intensa luce solare, evocano la brezza ed esprimono la passione di Hopper per le barche e il piacere delle lunghe estati trascorse a Cape Cod, dove la costa del Massachusetts incontra l’Oceano Atlantico.
In particolare mi soffermo su Ground Swell.
Il quadro presenta una barca vista da poppa sulla quale si trovano tre (forse quattro) uomini e una donna. Dominano le sfumature d’azzurro del cielo e del mare solcato da onde ampie, profonde e regolari, e i bianchi dei cirri, della barca, della vela spiegata e dei pantaloni di due uomini. Hopper usa il fermo immagine. La barca sembra sospesa in una sorta di solidità fluttuante davanti a una boa inclinata, della quale si vedono anche i bordi corrosi dall’acqua marina e, sulla sommità, una campana che certamente, nella posizione in cui si trova, sta suonando.
I volti dei personaggi sono tutti rivolti verso di essa e il suo suono. Il loro è uno sguardo intenso, assorto, come se stessero contemplando un oggetto carico di significati nascosti e profondi: una terra di mezzo, a suo modo? un limite invalicabile? oppure una direzione? un senso? una salvezza? Forse tutto questo insieme. Barca e boa delimitano un triangolo di cui il lato più ampio allaccia la punta sinistra della boa (che comunque segna un limite, un confine) all’estremità superiore della vela spiegata (che è segno del viaggio in corso). La direzione è data da un triangolo di cirri nel cielo luminoso che rivolge il suo vertice in direzione dell’orizzonte ininterrotto.
Hopper dunque fa vibrare il suo vivo desiderio di una forma di «annunciazione» anche alla fresca brezza marina e al brillante chiarore del bianco e dell’azzurro… L’importante è trovare una boa e una vela, nella scrittura come nella vita.

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