Stamattina, dopo una risveglio lento e quasi meditativo, ho lentamente aperto la porta del bagno. L’effetto dell’acqua sul viso e sul corpo è il primo contatto vero col mondo perchè la sua temperatura crea una differenza a pelle, sensibile. L’acqua, forse permette il mio primo vero contatto col mondo, che è contatto di differenze. Poi ho aperto la finestra. La luce era già nella mia stanza, la visione del mondo esterno l’avevo già avuta. Avevo già visto che era una bella giornata, ma aprire la finestra ti fa sentire l’aria. L’aria ti dà la certezza che quel che vedi al dià della tua finestra non è una scena finta, da Truman Show, ma è qualcosa di vero. Non tocca infatti solo la vista. L’aria ti tocca e entra nei polmoni. Senti perfino la differenza di temperatura tra te e il “fuori”, tra la stanza e l’esterno. Poi ho aperto il mio breviario, il mio libro di preghiera. Aprire un libro è un gesto strano. Il mio breviario è di 1900 pagine. E’ un mattoncino di carta india con i bordi di un verde elegante.
Il libro è uno strano oggetto: è qualcosa di compatto, chiuso in se stesso, ma che si può aprire senza che si rompa come un bicchiere o si sformi come il pane. E questo è molto Leggi il resto »
In maggio si sono concluse le Officine 2008/9. Ecco le opere che ci hanno accompagnato:
Foglie d’erba (W. Whitman) Into the wild (S. Penn) I bisonti delle grotte di Altamira I pianeti (G. Holst) Velocità di motoscafo (B.C. Marinetti) I figli degli uomini (A. Cuaròn) Ratatouille (B. Bird)
Silvio D’Arzo (1932 - 1958) è uno scrittore di culto, amato da un pubblico tanto selezionato quanto devoto. Alcuni scrittori contemporanei lo considerano addirittura fondamentale nella propria formazione umana e letteraria. Tra questi anche Pier Vittorio Tondelli, Claudio Piersanti, Guido Conti e Eraldo Affinati. Per gettare una luce sull’opera di questo scrittore emiliano e nel presentarvi la puntata di CultBookdedicata al racconto capolavoro intitolato Casa d’altri mi servo di una frase di Eraldo Affinati la cui scuola di lingua italiana per ragazzi stranieri in difficoltà Penny Wirton prende il nome proprio da un racconto di Silvio D’Arzo (Penny Wirton e sua madre): “un romanzo piccolo o grande che sia, offre informazioni sull’uomo. Informazioni speciali, che in nessun altro luogo potremmo trovare”.
Abbiamo deciso di raccogliere e meglio specificare le regole stabilite per l’inserimento dei commenti nel nostro sito. Alcune di esse sono ovvie (il rispetto dei più elementari principi di buona educazione), altre sono state definite strada facendo ed è possibile che non tutti se ne siano resi conto.
Lo scopo del nostro blog è quello di favorire e tener viva la discussione ed un numero eccessivo di commenti fuori luogo rende più difficile questo obiettivo: per questo motivo da oggi intraprenderemo una moderazione più attenta.
Ricordiamo inoltre che BombaCarta ha una sede specifica per l’invio di opere letterarie: la mailing list. Versi e prose vanno pertanto inviati in mailing list e sono off topic su questo sito!
Che cosa è un confine? Cosa una frontiera? Cosa li distingue, cosa li accomuna? Che esperienza abbiamo-facciamo del confine o della frontiera? Quando essi smettono di essere delle figure puramente geografiche per diventare qualcosa che riguarda il nostro essere-stare al mondo?
Il confine è una linea che separa. E’ netta, non ammette ambiguità. Di là o di qua. Non consente transiti che non siano regolamentati. Il confine ha dalla sua il peso della legge: per scavalcarlo bisogna infrangerla. La frontiera invece non è una linea fissa, ma qualcosa di mobile. Essa scopre. Avanza. Colonizza. Si dissolve quando si penetra nell’ignoto che essa stessa custodisce. La frontiera è allora un velo con cui l’inconoscibile si offre alla presa dell’uomo. Della frontiera è però il non arrivare mai. “Sempre devi avere in mente Itaca/ raggiungerla sia il pensiero costante./ Soprattutto non affrettare il viaggio/ fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio/ metta piede sull’isola, tu, ricco/dei tesori accumulati per strada/ senza aspettarti ricchezze da Itaca” (Kostantin Kavafis). Ha scritto Piero Zanini: “la frontiera rappresenta la fine della terra, il limite ultimo oltre il quale avventurarsi significava andare al di là della superstizione contro il volere degli dei, oltre il giusto e il consentito, verso l’inconoscibile che ne avrebbe scatenato l’invidia. Varcare la frontiera vuol dire uscire da uno spazio familiare, conosciuto, rassicurante, ed entrare in quello dell’incertezza”.
Ex Antonii Spadari cartha Rosa Elisa Giangoia vertit
Hodie mane, e somno sensim excitatus et quasi in cogitatione defixus, lente balnei forem aperui. Aquae in vultu et in corpore primus vere sensus qui nos cum mundo contingit est, quod calor differentiam cum cute sensibus subiectam fert. Aqua forsitan prima nos cum mundo differentia contingere facit. Postea fenestram aperui. Lux iam in cubiculum meum inerat, iam foras spectaveram. Iam caelum serenum esse videram, sed fenestra patefacta aerem sensibus meis percepi. Aer tibi quae extra fenestram vides ficta non esse, ut in spectaculo Truman Show inscripto, sed vera persuadet. Nam non oculos solos tangit, sed te ipsum et in pulmones tuos init. Etiam caloris inter te extraque differentiam, inter cubiculum tuum et exteriora animadvertis. Postea breviarium meum aperui, meum precum librum. Librum aperire mirum facere est. [Continua »]
(ricevo questo articolo da Saverio Simonelli e volentieri lo inoltro)
Quando Groucho Marx, uno dei comici più geniali della storia, veniva interpellato sulla nascente televisione rispondeva, tra il faceto e il piccato, che a suo giudizio lo schermo faceva un ottimo servizio al libro: ogni volta che qualcuno l’accendeva - sosteneva - lui si spostava in un’altra stanza a leggere un bel volume. Per uno dei tanti paradossi della storia, che si diverte a spiazzare perfino i più paradossali dei comici, l’osservazione “marxiana” si è trasformata in realtà in forma ben più immediata visto che oggi attraverso lo schermo - quello del computer oltre a quello televisivo - passa molta informazione di grande qualità sulle cose letterarie; anzi, spesso con le risorse dei blog, dei social network o dei siti dedicati, è proprio attraverso il web che l’informazione culturale si raffina e si afferma e si diffonde soprattutto meglio nelle molte nicchie mobili e avvertite che caratterizzano il fior fior dell’utenza libraria di oggi. [Continua »]
Da Abramo a Ulisse, da Steinbeck a Kerouac, da Marco Polo a Chatwin, il viaggio, reale o immaginario, ha dato vita a grandi pagine di letteratura. Alcune di queste sono composte da diari, trascrizioni di viaggi esteriori che spesso divengono cartografie dell’anima, itinerari interiori, sfide.
Un dollaro mille chilometri di Dominique Lapierre umane e spirituali. E’ da collocare in quest’ultima categoria. Fondatore dell’associazione Action pour le enfantes des lépreux di Calcutta, egli è il ben noto autore di libri come La città della gioia, Più grandi dell’amore, Mille soli e di altri cinque volumi scritti a quattro mani con Larry Collins. «Questo libro è un diario di viaggio di un giovane europeo di diciotto anni sfuggito da poco alle minacce e alle privazioni della Seconda guerra mondiale, che parte per la scoperta del Nuovo mondo», afferma lo stesso Lapierre nell’«Introduzione». E’ il 1949: gli aerei non attraversavano ancora l’Atlantico e parlare al telefono non era ancora cosa così comune. Quattro mesi prima del suo baccalauréat - noi diremmo la «maturità» - egli apprende che il fondatore delle importanti miniere Zellidja in Marocco aveva donato una cifra per creare un sistema di borse di studio da investire in un viaggio per giovani coraggiosi, capaci di realizzarlo con una somma modestissima: un viaggio duro, non una scampagnata. [Continua »]
Alcuni avvenimenti rimangono impressi nella memoria, mentre altri finiscono nel dimenticatoio o cancellati per sempre. In un freddo pomeriggio d’inverno, davanti a un caminetto, mia sorella - durante una conversazione - tira fuori un cd portatile e comincia a tessere le lodi a un interprete, figlio di Tim Buckley. Mostro scetticismo, immaginando il destino che già lo attende. Con un genitore così illustre, il talento potrebbe non bastare (vedi Jakob Dylan e Julian e Sean Lennon). Lei insiste perché lo ascolti. Chiedo quanti albums ha inciso. La risposta è addolorata: “Uno, perché Jeff non c’è più”. Ribatto: “Uno, solo uno?! Ed è già un mito?”. Ci siamo: la solita mitopoiesi delle rockstar giovani ma dannate, quelli che amano danzare con la nera signora, la morte. Fu così per Hiller Slovak, chitarrista dimenticato dei Red Hot Chili Peppers, per Ian Curtis dei Joy Division e centinaia di talenti maturati troppo in fretta. La fine di Jeff Buckley, annegato il 29 maggio del 1997 nel canale Wolf River di Memphis, generò un pensiero malsano. Solo la morte poteva renderlo così leggendario e simile al padre. Imposto la sequenza “random” sul lettore cd, segno di un approccio superficiale al disco Grace. La madre degli ignoranti è sempre incinta. [Continua »]