Ridere

Io rido spesso. Forse sono uno sciocco ma la mia bocca abbonda di risate. E tanti sono i motivi per cui rido, così tanti che ora, che non sto ridendo, non riesco a ricordarli.  In genere funziona così: alla salute si pensa solo quando si è malati, e alla felicità si pensa solo quando si è tristi. La verità è che in effetti il riso è sempre una sorpresa, un attacco a sorpresa: c’è qualcosa che ci fa ridere, non sono io che decido di ridere, qualcos’altro, una forza a me esterna, estranea, prende il sopravvento su di me e mi spinge a ridere. Un po’ come una malattia, come un innamoramento. Se dovessi dire cos’è il riso direi quindi che innanzitutto il riso è una forza, una forza sconquassante, che parte dal basso e sale verso l’alto. Mi prende dalla pancia, a volte forse anche dai piedi, e risale su per tutto il corpo, come una scossa elettrica e lo carica fino a farlo esplodere. Io sono uno di quelli che si “sganascia” dal ridere, alla fine mi fanno male le mandibole e poi, inevitabilmente, lacrimo, piango, a confermare il noto paradosso del “piangere dal ridere”: riso e pianto sono intrecciati l’uno all’altro ed è difficile districare il groviglio. Un vecchio detto popolare sottolinea che non c’è matrimonio senza pianto né funerale senza riso. E lo scrittore Giuseppe Pontiggia ha osservato: “Ridere per non piangere. La radice tragica del comico”, e qui si apre tutta la questione del rapporto tra comicità e tragedia (ad esempio nella cultura ebraica, quanti sono i comici ebraici? ). Leggi il resto »

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1 marzo 2010 - 3 Commenti »
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Laboratorio di scrittura

Il prossimo incontro del
laboratorio di scrittura
si terrà il

27  marzo 2010
dalle 10:00 alle 13:00
in Via Panama 9 a Roma.

Officina: Ridere

Il prossimo appuntamento con l’Officina di BombaCarta avrà come tema Ridere ed è fissato per

sabato 27 marzo – ore 15.00

L’incontro si svolgerà nella consueta sede di via Panama 9 (Roma)

[foto: jaxxon]

Lab. O’Connor – report di marzo (e due domande)

Primo esperimento di report collettivo per il laboratorio O’Connor. Abbiamo infatti invitato i dieci partecipanti all’incontro di marzo ad inviarci proprie brevi impressioni.

Vincenzo ci dice di aver “passato una piacevole e per me diversa serata a sentir leggere delle pagine di libri abbastanza diversi fra loro; mi dispiace di essere andato ‘fuori tema’ con la mia lettura perché credo che il ‘vostro’ concetto di lettura sia quello giusto. Il relazionarsi con altre persone su sensazioni personali è molto bello e mi ha creato stimoli per nuove letture e nuovi …pensieri.”. Vincenzo ha infatti portato un brano del saggio Sfamiglia, di Paolo Crepet, e la sua scelta ha favorito dibattito attorno all’antica questione: sono accolti nel nostro laboratorio testi di carattere strettamente saggistico? Ai commenti l’ardua risposta.
Alberto, “l’uomo col codino che all’ultimo laboratorio di lettura ha portato un incipit di Luis Sepùlveda”, risponde allo stimolo lanciato al momento di congedarci, definendo il laboratorio O’Connor come “un’occasione ghiotta di approfondimento interiore, che va al di là dei contenuti narrativi che ognuno conduce nel cerchio di piedi attorno al quale sediamo”. Continua Alberto: “In quella sede ognuno riporta se stesso e attraverso il testo racconta pezzi della propria storia, frammenti della propria cronaca, schegge del proprio momento, visioni, prospettive. Questo è, per me, l’arricchimento. La finestra che si apre sulla celebrazione d’una comunione in un luogo dove non ci sono tavoli che consentano d’appoggiare i gomiti che troppe volte sono le fondamenta d’una barricata di mani. In quella sede ognuno di noi, dietro le parole, è mimo di se stesso e accoglie e dona allo stesso tempo. Per la volta prossima vorrei cambiare versante di quel cerchio, sedere dal lato opposto, affinché il movimento non mi consenta, anche inconsciamente, di radicarmi in un luogo conosciuto, sicuro, e quindi rischiare di chiudermi all’arricchimento dato dalla varietà. Ho compreso come nel metodo del laboratorio, il non diritto di replica, sia fondamentale, soprattutto per chi, come me, ha iniziato da pochissimo, rispetto all’età anagrafica, ad approcciarsi alla letteratura e ancora si trovi a lottare contro un intimo senso di inadeguatezza. Queste sono le conclusioni alle quali sono giunto dopo i quattro o cinque incontri ai quali ho partecipato.  Ringrazio tutti voi di Bombacarta che rappresentate un solido approdo per chi, ondivago della vita, decida di calare in acqua il remo e cerchi una direzione.” [Continua »]

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Crossroads: il crocevia nella canzone Usa

C’è una figura che ricorre continuamente nella canzone americana: è il crocevia. Dinanzi a un incrocio sosta una “voce” storica come quella del bluesman Robert Johnson, altrettanto fanno Tracy Chapman, Tom Waits e i Doors, il crocevia è superato da Bruce Springsteen. Quali significati simbolici cattura la figura del crocevia? Perchè si sosta? Cosa si è costretti a scegliere? A cosa bisogna rinunciare? Abbozziamo una prima ipotesi: il crocevia è così indispensabile alla canzone a stelle e strisce  innanzitutto perchè la cultura americana percepisce se stessa - e si rappresenta - come essenzialmente binaria: bene o male, inferno o paradiso, bianco o nero, dannazione o salvezza. Ma la figura del crocievia – che riccore anche nella letteratura o nella poesia, si pensi alla celebre The road not taken di Robert Frost o ai racconti di Nathniel Hawthorne e Washington Irving -  dà una rappresentazione plastica anche della profonda contraddizione che abita l’identità Usa. La cultura americana è essenzialmente un incrocio (mai risolto, sempre conflittuale) tra la cultura bianca e quella afro-americana (con il grande rimosso: la cultura indiana)

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La speranza oltre la morte di Dio

Raramente una rappresentazione così convincente dell’occupazione nazi-fascista dell’alta Italia sì è vista sugli schermi italiani come ne L’uomo che verrà di Giorgio Diritti.
Diritti realizza un film godibile, classico ma mai banale, in un contesto da brividi. Prendere il piccolo paese di Monte Sole come dato estraibile dalla convenzionalmente chiamata strage di Marzabotto – gli eccidi compiuti nell’autunno del 1944 dalle truppe naziste contro gli abitanti del bolognese al fine di reprimere la formazione partigiana Stella Rossa – non è un’operazione facile, sia dal punto di vista storico-politico che dal punto di vista cinematografico.

L’espediente narrativo della storia di una famiglia contadina attraverso gli occhi di una bambina muta è apparentemente patetico – la guerra dagli occhi dei bambini – ma risulta a lungo andare convincente: le vicende non scadono mai nel banale – è lontana la retorica pornografica a noi giornalmente molto cara – o nel melenso gratuito.
Non mancano, certo, alcune sbavature formali e trovate al limite della sopportazione retorica figlie della non-cultura da fiction arraffona, ma, tutto sommato, rispetto agli standard cinematografici italiani che attingono sempre più alla fiction di Stato quasi a fondersi tra loro – mai come in Italia la televisione ha influenzato, per forma e contenuti, e rovinato una delle prime industrie cinematografiche in Europa, non continuiamo a far finta di ripeterci che non ci sono più gli autori di una volta – di revisionismo non c’è traccia, e questo è già un grande risultato quando compare la scritta RaiCinema tra i titoli di testa. [Continua »]

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Contro Alice

Osservo questa fotografia di Eugene Smith, me l’ha inviata mia sorella Alessandra e mi ha folgorato. Sarà il fascino del bianco e nero? Non so. Saranno i bambini? Ma i bambini, presi come soggetto artistico, spesso mi appaiono stucchevoli. Allora cos’è? Innanzitutto mi colpisce il fatto che i due protagonisti sono di spalle. Se non fosse per il vestitino della bambina mi verrebbe da pensare che non si tratti nemmeno di bambini ma di una coppia, anche di anziani, che sono arrivati ad un buon punto del “cammino” della loro vita. Ecco, mi piace di questa foto l’aspetto del “camminare” e non solo del camminare, ma anche dello “sbucare”, dell’uscire fuori dal tunnel. In questo senso la fotografia di Smith (consiglio di andare a vedere anche altre foto di questo artista) mi appare come un testo anti-Alice, dove Alice è la bambina protagonista che entra nel mondo delle meraviglie come racconta il celebre romanzo dello scrittore-matematico-reverendo Lewis Carroll. Come tanti anch’io conosco ma non ho letto le opere di Carroll, ma ho la sensazione che la fantasia di Carroll sia molto “matematica”, una fantasia capricciosa e anti-raziocinante e quindi ancora troppo raziocinante, forse priva del “calore” di un Tolkien e dei suoi hobbit, per intenderci.  Ma perché questa foto sarebbe “contro Alice”? Forse proprio perché ci trovo quel “calore”: Alice è una bambina che entra nel tunnel, e lo fa da sola. Questi due bambini invece escono dal tunnel buio del bosco e lo fanno insieme, mano nella mano. Come a dire: da soli si finisce in un tunnel buio, mentre in compagnia si può trovare la via d’uscita.

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BombaBibbia – Report di febbraio

L’incontro di questo mese si è soffermato su alcune sfumature suggerite dalle diverse traduzioni. Cominciamo con il discorso di Paolo all’Areopago secondo la Nuova Diodati:

«Ora, mentre Paolo li aspettava ad Atene, il suo spirito s’inacerbiva in lui, vedendo la città piena di idoli [...] Allora Paolo, stando in piedi in mezzo all’Areopago, disse: «Ateniesi, io vi trovo in ogni cosa fin troppo religiosi. Poiché, passando in rassegna e osservando gli oggetti del vostro culto, ho trovato anche un altare sul quale era scritto: “AL DIO SCONOSCIUTO”».
(Atti degli apostoli 17,15-33)

Incuriosisce la scelta del verbo «inacerbire» (nuova CEI «fremeva»), come se fosse in atto un processo di maturazione a rovescio: il frutto troppo maturo diventa acido, quello troppo acerbo è aspro. Paolo s’inasprisce, sembra chiudersi alla realtà che lo circonda, mentre in un secondo momento sembra aprirsi ad essa, coglierne gli aspetti positivi e valorizzarli (nuova CEI: «siete molto religiosi»). Ma la Nuova Diodati suggerisce un’altra possibile interpretazione: Ateniesi, siete «fin troppo» religiosi! Si può essere «troppo» religiosi? [Continua »]

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Edward Hopper: la pittura che rende epica la noia

Si è aperta il 16 febbraio a Roma una grande rassegna antologica dedicata al pittore statunitense Edward Hopper (1882-1967), uno dei pittori di “culto” del Novecento. La mostra, che resterà aperta fino a metà giugno, è promossa dalla Fondazione Roma in collaborazione con il Whitney Museum of American Art di New York. Giunge nella capitale dopo l’esposizione di Milano e prima di approdare a Losanna. Rappresenta una conferma del fatto che le immagini di Hopper richiamano un grande pubblico e stimolano l’immaginazione in maniera profonda e vibrante. La sua opera, del resto, ha influenzato altri pittori (ad esempio, David Hockey), ma anche registi (Alfred Hitchcock, Wim Wenders, David Lynch, Paul Thomas Anderson, e molti altri), fotografi e soprattutto poeti e narratori quali Paul Auster, Raymond Carver e Mark Strand, fino a plasmare un vero e proprio immaginario condiviso e a lasciare una profonda traccia nella cultura popolare.

La mostra romana raccoglie oltre centosessanta opere dell’artista, componendo un percorso che attraversa tutta la sua produzione, pur mancando di presentare alcuni dei suoi più grandi capolavori, l’assenza dei quali si fa sentire. Perlustrando le sette sezioni nelle quali è stata articolata è possibile cogliere istantanee di vita ordinaria:  persone intente al lavoro in spazi privati o colte in momenti imprevedibili, tipiche strade americane, vetrine, case che si stagliano imponenti, tetti e terrazze:  i luoghi del vasto campo dell’esperienza umana ordinaria. In particolare Hopper sembra essere il pittore della solitudine, dei luoghi solitari e delle persone che sembrano non poter comunicare tra loro:  ha dipinto strade con negozi chiusi, rotaie senza treni, pompe di benzina senza auto attorno, locali senza avventori, teatri senza pubblico, sale di attesa deserte. Parole come “vuoto”, “solitudine”, “abbandono”, “estraneità”, “separazione” ricorrono spesso nei commenti ai quadri di Hopper. Il mondo del pittore americano sarebbe, dunque, una sorta di waste land, di “terra desolata” di marca eliotiana. In tal senso si è parlato di un radicale pessimismo.
Si risolve in questi termini, dunque, la sua arte? È dunque la solitudine il senso fondamentale di queste opere?

Pittore che visse in pieno clima esistenzialistico, Hopper sarebbe espressione della coscienza dei suoi tempi, della crisi, del dramma dell’esistere e della sua insignificanza:  è questa la “vulgata” hopperiana, che il catalogo della mostra romana sembra confermare pedissequamente, fino alla conclusione di Vittorio Sgarbi che afferma:  “Nel mondo di Hopper non c’è più spazio per i santi e neanche per gli uomini”.
In realtà in tutte le tele di Hopper, la posta in gioco è ben più alta, i significati sono più profondi. Solamente la pigrizia di uno sguardo troppo legato ai cliché può arrestarsi sul momento di spaesamento che si prova davanti a questi quadri fino a scambiarlo per alienazione. In realtà, la pittura di Hopper genera nello spettatore la sensazione di assistere a un momento di incubazione:  si avverte un lento battito brachicardico, come [Continua »]

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Magic and loss: la morte nel rock

E chi l’ha detto che il rock’n roll sia solo scarpe da ballo, ancheggiamenti, divertimento e luccichii? La musica americana - o almeno quella sua parte che è riuscita a sfuggire alle grinfie dell’industria discografica - ha saputo guardare in faccia l’orrore. Non ha cantato solo i furori giovanili ma anche il declino, la vecchiaia, il dolore, la morte. C’è chi si è fermato all’oltraggio del tempo. Chi ha percorso altre vie. Chi si è negato alla speranza. Chi ha trasfigurato l’orrore. Chi si è arreso al buio. Chi si è mosso cercando una luce. Da qualche parte. 

Magic and loss

C’è un album di Lou Reed che è interamente attraversato dalla morte. La perdita (loss) vi fa capolinea nella forma del rimpianto, nell’invocazione frustrata della magia (magic) e del miracolo, nel riconoscimento del disfacimento. “La vita è buona” - canta il vecchio Lou, uno che ha confidenza con i lati selvaggi dell’esistenza – ma non pensiate che “sia giusta”. Il brano Magician è un sofferto lacerante faccia a faccia con la morte. Il protagonista del brano è aggredito dalla malattia. Oltraggiato dal male. “Sono così stanco di guardarmi/ odio questi corpo dolorante/che il male ha lentamente consumato”. Dinanzi alla presa della morte non resta che l’invocazione di un qualcosa che sia totalmente “altro”:

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Cadere sul ring e… dal ridere

(Report dell’Officina – febbraio 2010)

Il cadere rivela il carattere di una persona.  Innanzitutto c’è una cosa comune alla maggior parte degli uomini: quando si cade scatta un meccanismo, che forse ha a che fare con la dignità, per cui si rifiuta l’esperienza appena vissuta, la si nega, anche a se stessi. Ho mostrato due scene di 10 secondi l’una per dimostrare questa semplice verità: 1) il truce alemanno Paolo Villaggio in Brancaleone alle crociate che riceve una mazzata mostruosa da Brancaleone (Gassman) e grida, cadendo a terra: “Non mi hai fatto niente!”; 2) un pugile che riceve un pugno che lo stende al tappeto e subito si rialza facendo segno che non ha neanche avvertito il pugno, ma un secondo dopo stramazza di nuovo al suolo, definitivamente. Molto comico. E quindi son passato a parlare della boxe, la noble art dove la cosa più importante è non cadere, non finire al tappeto. Ho mostrato il celebre k.o. che Alì inflisse nel 1974 a George Foreman riconquistando il titolo dei pesi massimi. La scena, anche rallentata, del k.o. (presa dal documentario “Quando eravamo re”) mostra il crollo di Foreman che non riuscirà ad alzarsi. Ho accompagnato queste immagini alla pagina del romanzo Il Match di Norman Mailer che descrivono molto bene la scena: [Continua »]

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De-cadere

(Report di Officina – febbraio 2010)

Tra le svariate accezioni di “cadere” nel mio intervento ho  provato ad evidenziare il significato metaforico del verbo, inteso sia come degrado della personalità che come degrado del fisico.

Mi sono servita di due storie (si parte sempre da qualche storia) i cui protagonisti “cadono” lungo il proprio cammino, con modalità diverse, per ragioni diverse.

La prima storia è ambientata in America nel 1963. È stata raccontata in un libro nel 1973 (di Joseph Wambaugh) e poi trasformata in film nel 1979 (da Harold Becker), entrambi con lo stesso titolo “Il campo di cipolle”. Il libro, un libro denuncia, una vera e propria cronaca giudiziaria, una sorta di documentario, catalogato come genere fra i noir, ha un’introduzione di James Ellroy. Già dall’introduzione si avverte il senso della caduta che aleggia sulla storia che si andrà a leggere. James Ellroy sfrutta lo spazio riservato al prologo per raccontare un’altra storia, un pezzo della sua autobiografia, proprio quel pezzo che ha a che fare con l’uscita in America del libro di Wambaugh. Ellroy è in un momento disperato della sua esistenza: vive in una scatola di cartone in unparco di Los Angeles in compagnia di una bottiglia. Assiste alla presentazione de “Il campo di cipolle” alla Biblioteca pubblica e subito ha il desiderio di leggere quel libro. Ma non ha denaro. Vende il sangue alla banca del sangue per procurarsi qualche dollaro. Ruberà 4 volte il volume dalla stessa libreria. Ogni volta riuscirà a leggerne qualche pagina in più, prima di passare una notte “al fresco” per ubriachezza. In verità questo libro rappresenta per Ellroy il punto di risalita: dopo una caduta nel precipizio della depressione, una boccata d’aria fresca che gli consente di risalire, ricominciare, iniziare a scrivere i suoi romanzi gialli destinati, in verità, ad un grande successo (basti pensare ad L.A. Confidential). [Continua »]

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Le potenzialità della caduta

(Report dell’Officina di febbraio 2010)

Durante le riprese di un film (siamo negli anni Venti) lo stuntman Ray cade e si rompe la schiena: non sa se potrà camminare di nuovo, ma il suo vero cruccio è che la fidanzata gli ha preferito l’attore protagonista. Alexandria, una bambina immigrata con un braccio fratturato, è ricoverata nello stesso ospedale e, cercando di recuperare un biglietto destinato ad un’infermiera e scivolato invece nella stanza di Roy grazie ad un colpo di vento, incontra il suo malinconico compagno di degenza.

Inizia così “The Fall”, film di Tarsem Singh, durante il quale Roy ed Alexandria costruiscono insieme una storia a puntate che dalle parole di Roy prende forma nelle vivide, suggestive immagini create dalla fantasia della bambina. Ma per ogni puntata Roy chiede in pegno che Alexandria rubi per lui della morfina: Roy vuol farla finita perché la sua vita di stuntman e di uomo è arrivata al termine.

Si cade e si ricade, in questo film: già caduti nel corpo i due protagonisti prima che lo stesso film abbia inizio (almeno un’altra seguirà), ma caduto Roy soprattutto nello spirito: non percepisce più i piedi, ma nemmeno percepisce un motivo per continuare a vivere. Il mondo di Roy è coartato in una striscia sottile in cui c’è spazio solo per un lucido, pervicace desiderio di morte. Null’altro ha più senso, eppure tutto è chiaro: cosa fare, come farlo. Poco sembra importare che, pur in questa striscia sottile, l’immaginazione dei due protagonisti si dilati in storie epiche e fantastiche (che il regista rappresenta con spettacolare capacità visionaria).

Roy rappresenta in questo discorso il protagonista caduto che non può far altro se non cantare la propria caduta, un personaggio che frequentemente incontriamo in arte (e nella vita), cui voglio affiancare un secondo paradigma. [Continua »]

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Sul filo della spada, al di là del taglio

Dire addio a una persona amata che attraversa il filo della spada della morte, e che ormai sa che cosa c’è / oltre il suo taglio significa toccare i fili che legano in noi ossa, carne e anima rendendoci umani. La parola, della quale con sgomento Rosa Elisa Giangoia percepisce ora più che mai il limite espressivo, diventa esercizio di umanità, indagine di senso. La memoria non è pura membrana che risuona di nostalgia, ma occhio capace di guardare ancora al passato soltanto perché sa protendersi verso un orizzonte, che è limite e, insieme, pista di lancio.

La poesia dunque fiorisce inaspettata, forse, come sintassi di una esperienza impossibile da condividere / per assenza di parole. Questo è il paradosso, infatti: Bisogna prendere dalla vita / le parole per dire la morte / che non ha parole, e che anzi soffoca quelle che timidamente si affacciano. La poesia di questa plaquette nasce da un paradosso, dunque, il quale però è in grado di intuire che la morte è un gesto ampio della vita. E come tale qui viene rivissuto.

I versi ci presentano un uomo, l’uomo amato, che si confronta con la morte, nemico duro di pietra che rende il corpo una sequenza particolare / programmata per l’estinzione. Il pensiero della morte si inserisce nella linea orizzontale della vita obbligandola a una riconsiderazione di se stessa. Nulla può essere come prima, quando si sa che i propri giorni volgono al termine, e occorre affrontare un apprendistato di confidenza / nel continuare ad essere vivo iniziando ad aspettare che si apra una porta, sperando sia di luce.

Questa forse la prima tappa di un abbandono e di una consegna non vissuta in solitudine ma sempre condivisa. E la poesia registra con delicatezza aspra una crescente comunione che si approfondisce quanto più si sente crescere quel muro di pietre a secco / tra me e te – scrive la [Continua »]

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Cronaca di un fumetto annunciato

(il seguente articolo è apparso, in forma ridotta, sul Foglio il 6 febbraio 2010. L’immagine è di Lorenzo Mattotti, copyright:Bob Dylan Revisited (c) 2008 Guy Delcourt Productions /Sony ATV Music Publishing France / Bob Dylan)

Nel 1998 nel cult-movie The Big Lebowsky i fratelli di Cohen immortalarono una canzone misconosciuta di Bob Dylan, The Man in Me, regalandogli una formidabile sequenza (con Jeff Bridges-Lebowsky che svolazza su Los Angeles) che i due registi americani, successivamente intervistati,  hanno giustificato come naturale omaggio a un brano musicale così forte, come se la musica non fosse stata usata a commento della scena ma, al contrario, la scena stessa fosse scaturita dalla musica. Dylan è sempre più presente nella filmografia a cavallo dei due millenni, forse perché la sua musica ha accompagnato l’infanzia e la gioventù di diverse generazioni dei registi contemporanei. [Continua »]

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The Crash of 1929… 2009?

“Cadere”: un verbo che forse definisce l’uomo, più di tanti altri! Ecco allora due parole su una “caduta” che ha fatto veramente male: the Crash of 1929. Nella seconda metà degli Anni Venti, il mercato azionario negli USA attraversò un periodo di rapida espansione, raggiungendo il massimo verso l’agosto del 1929. I prezzi cominciarono a scendere nella prima parte di ottobre, ma la speculazione continuò. Il 18 ottobre la Borsa cominciò a precipitare. Il primo giorno di vero panico, il 24 ottobre, è passato alla storia come il “giovedì nero”: quel giorno 12.894.650 azioni passarono di mano. Anche se alcune delle principali banche e società di investimento acquistarono grossi quantitativi di azioni nel tentativo di sedare il panico, i loro sforzi si rivelarono vani. Il panico scoppiò nuovamente il “lunedì nero”; il “martedì nero” (29 ottobre) ben 16 milioni di azioni furono scambiati, e i prezzi del mercato azionario crollarono definitivamente. Ecco verificarsi il grande Crash del 1929 (“crash”  = abbattersi con fracasso; schiantarsi; precipitare). [Continua »]

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