di Antonio Spadaro
- 14 Maggio 2008
Che cos’è Internet? Si potrebbe definire come una rete di interconnessione tra computer collegati attraverso l’adozione di un medesimo sistema (”protocollo”) di comunicazione. Se un computer entra nella “rete” può essere connesso in modo interattivo e veloce a qualunque altro computer collegato e in qualunque angolo della terra si trovi. Internet è così un sistema globale di comunicazione a “ragnatela” - in inglese web, metafora usata per indicare l’intera rete. Concretamente questo significa che ponendo in uno degli hard disk connessi all’interno di questa rete testi, immagini, suoni e dunque informazioni di tipo testuale o multimediale, è possibile renderli accessibili in modo rapido e in qualunque momento da qualsiasi utente connesso.
Internet oggi si rivela come un “oceano” di informazioni da riempire e da solcare. Ma più che di un oceano bisognerebbe parlare di una biblioteca. Lo scrittore argentino Jorge Luis Borges nel racconto La Biblioteca di Babele (1941) paragonava l’universo a una immensa biblioteca: tutti sono attratti dal numero indefinito delle sue gallerie e trascorrono la vita ad esplorarle, senza però mai venirne a capo. Ecco, la rete può essere compresa come una grande biblioteca di Babele. In questo senso Internet dunque è un luogo in cui è possibile accedere alla conoscenza. Anzi: in realtà è una sorta di grande unico testo di cui nessuno è l’autore, che si riferisce a se stesso e che è di fatto non esauribile.
Ma chi è oggi il protagonista di questa rete? Il mensile Time dedica ogni anno la sua copertina del mese di gennaio alla “persona dell’anno”. Nel gennaio 2007 al centro della copertina appariva un computer con il monitor argentato a specchio in modo da riflettere l’immagine del lettore. In basso compariva il titolo: You, cioè “Tu”, [Continua »]
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di Redazione
- 13 Maggio 2008
È online il podcast della conferenza recentemente tenutasi a Roma dal titolo “La cura dell’uomo”, di cui si è parlato in un post precedente. Potete scaricare le relazioni da iTunes o dalla pagina web del nostro BombaPod.
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di Luca Miele
- 11 Maggio 2008
C’è un’immagine che attraversa l’intera storia americana e che si è caricata negli anni della forza inarrestabile del simbolo. A coniarla, parafrasando l’evangelista Matteo (5,14), fu nel 1630 il leader puritano John Winthrop, appena sbarcato in America: “Noi saremo come una città sulla collina. Gli occhi di tutte le genti saranno su di noi”. C’è nella formula di Winthrop una sintesi perfetta degli ingredienti che si fonderanno nella retorica nazionale Usa: un mito di fondazione, una viva profezia, il senso della missione che avrebbe innervato il destino del Paese, la certezza della grazia operante nella storia, ma anche di un primato che sfocerà nelle teorizzazioni dell’eccezionalismo americano.
Significativamente Paolo Naso, docente di Scienza politica all’Università La Sapienza di Roma, ricorre a questa immagine per indagare l’intreccio tra la tradizione puritana e il movimento per i diritti civili negli Stati Uniti. L’intero protestantesimo americano - mostra infatti Naso - ha fatto continuamente ricorso alla visione della “città sulla collina”, fino a farne una [Continua »]
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di Redazione
- 11 Maggio 2008
Cari Bombers, è stato pubblicato sul sito l’ultimo numero della e-zine di BombaCarta: il numero 79 di Gas-o-line, di Aprile 2008.
Lo trovate, come al solito insieme a tutti gli arretrati di Gas-o-line, nella pagina dedicata a Gas-o-line all’interno del sito: http://www.bombacarta.com/?page_id=16.
Il numero del mese di aprile contiene le seguenti rubriche:
- Editoriale, di Antonio Spadaro
- Poesia, di Raffaele Ibba & Anna Maria Bonfiglio
- i Racconti del mese, di Manuela Perrone & Toni La Malfa
- BombaCarta di Targu Mures, di Veronica Buta
- Cose di BombaCarta - Novità di Aprile, di Livia Frigiotti
- Discussioni, a cura di Rosa Elisa Giangoia
- Il convegno di Reggio Calabria, a cura di Andrea Monda
- BombaVino, di Livia Frigiotti
- BombaBimbo, di Nancy Antonazzo & Maria Guglielmino
- Recensioni, a cura di Rosa Elisa Giangoia
Un saluto a tutti e buona lettura!
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di Antonio Spadaro
- 10 Maggio 2008
Sabato 10 maggio, alle ore 17 si tiene presso La Civiltà Cattolica (via di Porta Pinciana 1, Roma) una tavola rotonda sul tema La cura dell’uomo. Interventi di Teresa Gamucci, premio Bellisario per la ricerca medica - Mario Marazziti, pubblicista Comunità di Sant’Egidio - P. Francesco Occhetta S.I., sacerdote e giornalista. Modera P. Antonio Spadaro S.I.

Che cosa significa prendersi cura, curare, aver cura, curarsi di qualcuno o di qualcosa? Tutti questi termini fanno riferimento a una dimensione umana fondamentale che è quella della relazione.
Prendersi cura significa riconoscere che esiste altro da me e, anzi, che c’è un altro davanti a me. Ma non basta. Significa anche riconoscere che quell’altro mi interpella, mi chiede qualcosa, magari implicitamente. Se io mi prendo cura è perché in qualche modo avverto che l’altra persona per me è un appello vivente che sollecita e muove la mia capacità di agire, di pensare, di vivere.
Prendersi cura è avere un rapporto non dis-interessato… scoprire che tra me e gli altri c’è un inter-esse, c’è qualcosa. Io so che in realtà il mio successo in quanto persona passa attraverso la relazione. C’è un modo di intendere il nostro compito nel mondo che lo vede come far sì che gli altri stiano bene, rendere il mondo migliore. Specialmente [Continua »]
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di Stas' Gawronski
- 9 Maggio 2008
Sami Michael è uno scrittore israeliano, anzi uno scrittore ebreo di cultura araba nato a Baghdad nel 1926 e fuggito in Israele nel 1948 dove ha imparato l’ebraico (non quello delle preghiere millenarie apprese da bambino in occasione delle festività tradizionali, ma quello parlato nel nuovo Stato) ed è diventato un autore di alcuni bellissimi romanzi (in Italia ne sono stati pubblicati due da Giuntina: Una tromba nello uadi e Victoria).Sami Michael incontrerà il pubblico italiano alla Fiera del Libro di Torino, domenica 11 maggio, ore 17:00, sala blu.
Iniziamo dal titolo del tuo ultimo romanzo pubblicato in Italia, Una tromba nello Uadi. Che cosa è lo Uadi?
Uadi è una parola araba che indica il corso di un fiume in cui l’acqua scorre solo durante la stagione delle piogge mentre nell’altra stagione invece si asciuga e diventa secco.
Però è anche il nome di un quartiere di Haifa…
E’ vero. Haifa è una città che è nata su una montagna però a quei tempi non c’erano mezzi di trasporto e allora le persone cercavano di abitare nei luoghi più bassi e non in cima alla montagna. Dunque 50-60 anni fa i vari quartieri di Haifa venivano chiamati a seconda dei Uadi. La caratteristica principale è che questo quartiere è abitato dal 95% di arabi, io sono nato in Iraq, ma [Continua »]
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di Rosa Elisa Giangoia
- 9 Maggio 2008
Ex Antonii Spadari charta Rosa Elisa Giangoia vertit
Cum de introitu cogito animo arborem fingo. Non de ianua vel de domus ostio cogito. De arbore contra altissimis defixo in terra radicibus cogito. Tunc statim me arborem non esse exulto. Arbores diligo, plane. Ante fenestram mihi est stirps socia mea in casibus et in sedis mutationibus quae etiam nunc…perstat quamquam saepe traslata. Ecce caput: ego arbor non sum, aeri circumfuso certo et societati antecedenti astrictus. Ego locum meum quaero, me moveo, in vitam, in orbem terrarum, in loca ineo. Ego eligo et ingredior. Ambulans me ipsum moventem sentio, viam ingredientem, paratum ad ingrediendum in omnia ante me patefacta.
Potestas ingrediendi in naturam et vitam et in loca precipua (domum, conclave ubi imagines se moventes videntur,cubiculum vel alium, aedem sacram, tabernam…) ostendit me ubi eam eligere posse: ego “in protestate vivo”, ut illaclarissima mulier poeta cui nomen Emilia Dickinson erat scribebat. [Continua »]
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di Antonio Spadaro
- 7 Maggio 2008

traduzione di Lello Voce
Nelle nevi sfreccia
Scagliando all’indietro il porto
Il Deutschland, di Domenica, e il cielo già s’infeccia
Perché l’aria è infinita e senza conforto
E il mare silice schiumascaglia, nero-dorsuto al soffio regolare,
Stabile da EstNordEst, nel quadrante maledetto, il vento sorto;
Neve irta e bianca-fiammante tutt’attorta in turbinare
Vortica verso gli abissi di sole vedove dove di padri e figli non c’è traccia
E poi quanto al conforto del cuore,
Il basso-capezzoluto terra-brancicato grigio
Si libra, i cieli blu-ghiandaia il fulgore
Di uno screziato e scorticato maggio!
Azzurra-palpitante e canuta-iridescente altezza; o notte ancor più alta
Con fuoco tintinnante e la Via Lattea falena dal morbido piumaggio
Qual è il cielo del desiderio a tua sembranza
Il tesoro mai visto di cui nessuno - nemmeno per sentito dire - immagina lo splendore? [Continua »]
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di Stas' Gawronski
- 4 Maggio 2008
LA CITTA’ DEI RAGAZZI, l’ultimo romanzo di Eraldo Affinati è un grande libro di cui vale la pena parlare ancora sul Blog di BC. Nell’intervista che segue l’autore ci porta nel suo laboratorio di scrittura, la “stazione finale” di un lungo processo di presa di coscienza e discernimento del senso e della verità della propria esperienza di vita.
Eraldo Affinati presenterà La città dei ragazzi alla prossima Fiera del Libro di Torino alle 10:30 di venerdì 9 maggio.
Il titolo del tuo ultimo romanzo porta il nome dell’istituzione in cui svolgi il tuo lavoro di insegnante. Ma che cos’è la “Città dei ragazzi”?
La città dei ragazzi è nata dopo la II guerra mondiale, se l’è inventata un sacerdote irlandese, Carroll Abbing, il quale voleva raccogliere ragazzi italiani rimasti senza i genitori dopo la II guerra mondiale. Oggi questi ragazzi sono tutti stranieri, hanno dai 14 ai 18 anni. Vengono dall’Afganistan, dal Maghreb dal mondo Slavo, da paesi da cui scappano soprattutto perché vogliono sopravvivere alle guerre che hanno visto coi loro occhi, alla povertà e alla miseria che hanno vissuto. Raggiungono l’Italia da soli, abbandonati, senza famiglia, vengono collocati dalla Caritas o dalla Polizia in apposite strutture di accoglienza come la Città dei ragazzi che però è una città nella città perché in essa esiste un sindaco, degli assessori alla sanità e all’igiene e perfino una moneta locale, lo scudo, con cui i ragazzi comprano le merendine al Bazar. L’idea di Carroll Abbing era [Continua »]
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di Rosa Elisa Giangoia
- 4 Maggio 2008
di Giuseppe Oddone
A cent’anni dalla nascita di Cesare Pavese ci interessa riproporre qualche pista per comprendere la ricerca religiosa dello scrittore piemontese, le sue intuizioni, i suoi dubbi, la sua sofferta esperienza, sia perché il messaggio delle sue opere rimane un tesoro per tutti, credenti, non credenti, agnostici e scettici, sia per illuminare il dramma della sua vita e soprattutto della sua morte.
L’indagine di questa componente interiore ed ineliminabile dallo spirito umano, che ha sempre affascinato tutti i grandi poeti e pensatori, sollecitando una risposta, si svolge per Pavese in diverse direzioni.
La ricerca religiosa mitico-pagana dei Dialoghi con Leucò
La realtà dell’uomo appare a Pavese, influenzato dagli studi sul mito e dalla cultura classica greca, un groviglio inestricabile, magmatico, di divino e di umano, di immortale e di mortale, di libertà e di destino, di felicità e di dolore, di sogno e di incubo: in altre parole, di bene e di male. Egli non cerca una risposta a questo problema, almeno direttamente, nei testi cristiani, ma nelle tragedie greche, negli studi sul mito, nelle figure di Edipo, e dei giovani eroi come Endimione, Achille, Patroclo, Meleagro, segnati dal destino che grava su di loro, dal sangue, dalla morte, dal sesso, dal ”timore, dall’orrore perenne di compiere proprio la cosa saputa”(1). [Continua »]
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