L’importanza della maniglia

Pensate di trovarvi davanti a una di quelle porte di vetro che si aprono automaticamente. Sapete già come comportarvi: perché si aprano dovete attendere. Non fare nulla: semplicemente attendere. Il desiderio di aprirla si “infrange” contro il vetro che automaticamente fa quello che voi desiderate senza che voi facciate nulla.

Ma quante volte, nonostante questo, soprattutto chi non è abituato alle porte automatiche, si chiede che cosa fare, arrivato a quel punto. Qualcuno disperatamente tende la mano verso il vetro per vederlo poi subito magicamente muoversi come per prodigio.

C’è qualcosa di innaturale in una porta automatica, qualcosa che mette a disagio. Persino quel secondo che ci mette ad aprirsi a volte ci sembra troppo lungo. Perché? Leggi il resto »

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28 luglio 2010 - 7 Commenti »
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Un anno di azioni

Il tema annuale dell’Officina di BombaCarta sono stati i verbi.

«Parlare è dire la vita. E il verbo contiene in sè un motore, ciò che muove l’esistenza di una persona e la spinge a fare qualcosa». Quindi anche l’azione più semplice può diventare un grimaldello dell’intera esistenza. Prendiamo ad esempio:

Da ottobre 2009 a giugno 2010 le nostre Officine mensili si sono centrate su azioni molto diverse:

Si ricomincia il prossimo autunno!
Buona estate (e buone letture) a tutti! :-)

Una regione irraggiungibile…

Quest’estate ho letto “Un’arancia a orologeria” di Anthony Burgess, gran libro. Mi ha molto colpito il linguaggio (mi piacerebbe leggere l’originale inglese), oltre al fatto che Kubrick, eliminando l’ultimo breve ma decisivo capitolo dalla sua fedele e splendida versione cinematografica, non è stato poi tanto “fedele”. Il dramma scritto da Burgess ha al suo centro il tema del libero arbitrio, la libertà che fonda la dignità dell’uomo. Tutti voi ricordate, spero e immagino, la “parabola” (ascendente e discendente) di Alex, il crudele e sfortunato protagonista della vicenda. C’è una pagina che mi ha colpito profondamente, quando il sacerdote del carcere va da Alex che ha deciso di sottoporsi alla cura che lo renderà “incapace di scegliere di fare il male”, togliendogli appunto il libero arbitrio. E, tra le altre cose, gli rivolge queste parole: “E ora, a proposito di pregare, mi rendo conto che non servirà a molto pregare pe te. Stai per entrare in una regione dove il potere delle preghiere non potrà più raggiungerti. Una cosa terribile, a pensarci.”  […] E poi cominciò a piangere. Ma io non ci feci molto caso […] disse: “Può anche andare a finire bene, chissà? Dio opera in modi misteriosi”. Poi si mise a cantare un inno con una ciangotta alta e potente.” Pagina toccante, per me almeno. L’idea che la potenza della preghiera sia così legata alla fragilità della libertà dell’uomo mi ha fatto molto riflettere. Una riflessione che voglio condividere con voi.

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Ansae vis

Ex Antonii Spadari charta Rosa Elisa Giangoia vertit

 
Mente fingite vos ante ianuam vitream per se ipsa pandentem esse. Iam quid vobis faciendum sit scitis: ut pandatur vobis exspectandum est. Nihil vobis faciendum est: solum exspectare. Cuius pandendae cupiditas frangitur contra vitrum quod ipsum machinatione quadam quod vos optatis vobis nihil facientibus facit. Sed saepe, quamvis hoc, praesertim qui ianuis per se ipsis pandentibus assuetus non est, ex se quaerit quid sibi faciendum sit, cum illic sit. Nonnulli manus suas ad vitrum quod repente vident se mire mirum in modum movere acerrime porrigunt [Continua »]

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Flannery, l’immoralista

Secondo padre Michael P.Gallagher, decano emerito di teologia fondamentale all’Università Gregoriana, la scrittrice cattolica americana Flannery O’Connor è una “esploratrice religiosa”. Nel suo ultimo saggio pubblicato qualche settimana fa in Inghilterra, colloca la O’Connor nella “top ten della fede”:  Faith Maps: ten religious explorers from Newman to Joseph Ratzinger. La scrittrice è in ottima compagnia: oltre a Newman e a Ratzinger, tra i dieci esploratori ci sono nomi altisonanti come quelli di Maurice Blondel e di Von Balthasar, di Bernard Lonergan e del filosofo canadese Charles Taylor (l’unico vivente insieme all’italiano Pierangelo Sequeri). Alla fine di giugno è uscito in Italia per i tipi della casa editrice cattolica Ancora, il primo libro interamente dedicato alla O’Connor, un agile ma acuto saggio critico scritto da Elena Buia Rutt (giornalista laureata in filosofia con una tesi sulla scrittrice americana): Flannery O’Connor, il mistero e la scrittura, con prefazione del padre gesuita Antonio Spadaro, scrittore de La Civiltà Cattolica e autore di diversi lunghi articoli sulla spiritualità della narrativa o’connoriana. Infine: nel prossimo mese di agosto al Meeting di Comunione e Liberazione si terrà una mostra-evento per presentare questa singolare figura di narratrice che si dichiarava scrittrice “non sebbene, ma proprio in quanto cattolica”. [Continua »]

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Il cabaret dell’ascesi

Saadat Hasan Manto viene considerato un maestro dai più grandi scrittori angloindiani. Per Salman Rushdie è un «indiscusso maestro». Anita Desai lo paragona a Gogol. Vikram Chandra, autore del bestseller Giochi sacri, non ha dubbi: «Pubblicare Manto in Italia è necessario». A tradurlo per la prima volta nel nostro Paese dall’originale urdu è la nuova e intraprendente casa editrice Fuorilinea (www.fuorileanea.it), che nel volume Il prezzo della libertà ci propone quindici dei suoi racconti. Traduttore, giornalista e sceneggiatore per Bollywood, Saadat Hasan Manto (1912 – 1955) nacque indiano, morì pakistano, ma fu ripudiato da entrambi i Paesi. La sua colpa? Aver raccontato la sanguinosa divisione tra le due neonazioni senza parteggiare per l’una o per l’altra. Ostracizzato dalla cultura ufficiale dei due stati, precipitò nell’alcolismo e morì di cirrosi epatica a soli 43 anni. Ma qual è la particolarità di questi racconti? In primo luogo, l’ambientazione. Siamo nel 1947, all’indomani dell’indipendenza dall’Impero Britannico, guadagnata con il contributo fondamentale del Bapu Gandhi, il Padre della nazione. Eppure la sua lezione sembra definitivamente smarrita. Il Partito del Congresso e la Lega Musulmana cedono all’illusione di due Stati confessionali proposta dal governo britannico: è la Partizione tra India e Pakistan, che provocherà l’esodo di circa 17 milioni di persone. [Continua »]

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Fuggire la noia …?

E’ un po’ di tempo che ci penso. Ma che vuol dire “fuggire la noia”? La noia, in effetti, noi uomini tendiamo a fuggirla. Ma siamo sicuri che è la cosa migliore da fare? Ho sempre di più la sensazione che la noia sia come un cane ringhioso, se lo fuggi t’insegue. Insomma, sto cercando di mettere a fuoco il fatto che la noia non è monolitica nella sua negatività, ma ha una serie di sfumature imprevedibili e di ambiguità ricche di speranza. Del resto Leopardi nel suo Canto notturno del pastore errante dell’Asia insiste sul fatto che il tedio è proprio ciò che differenzia ogni uomo dagli animali, dalla capra, essere più sfortunato dell’uomo proprio perché non conosce il mortale (e quindi vitale) abisso della noia. [Continua »]

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Quando il treno sfrecciava nella notte…

“E il treno corre forte il treno va lontano / e il quadro cambia sempre là dietro al finestrino“, cantava alcuni anni fa Riccardo Cocciante.  In tempi di voli low cost, quando il viaggio viene tutto assorbito dalla destinazione, anche i più giovani stanno modificando le loro abitudini. Partire zaino in spalla non significa più, forse, conoscere stazioni tutte differenti le une dalle altre, dormire in carrozze più o meno comode, cullati da un treno che sfreccia nella notte verso mete che possono anche cambiare da un momento all’altro. Oggi significa sempre più spesso organizzare spostamenti da aeroporti tutti uguali verso mete già ben previste e organizzate in rete con largo anticipo.

Tutto questo semplifica i contatti e gli spostamenti, e dunque è cosa in sé buona. Tuttavia forse è a rischio il senso stesso del viaggio inteso come tragitto, approssimazione, fatica, e persino incertezza. E tutto questo era garantito dal treno:  “il treno corre forte e il treno adesso vola / sulle distese immense di ciclamini viola / sulle colline dolci coperte da lenzuola”, proseguiva Cocciante. E così ci diceva che in fondo guardare dal finestrino è guardare il mondo come una pinacoteca vivente nella quale lo sguardo è chiamato a godere di uno spettacolo che non è in grado di fermare.

Dal 1972 la chiave immancabile per accedere a questo viaggio era ed è l’InterRail, cioè un [Continua »]

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Un posto per tutti

L’altro giorno qui a Maratea c’è stata la festa della Madonne delle Grazie, grande festa con tanto di banda di paese. La banda di paese. Non se ne vedono più molte in giro. Nelle grandi città è difficile incontrarle (altrimenti perché si chiamano “di paese”?). Però è uno spettacolo meraviglioso, toccante (e infatti mi sono commosso). [Continua »]

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Prendere le onde

E dopo oltre un mese sono arrivate. Le aspettavo, in ansia. Son durate due giorni non di più, erano alte ma non imponenti, però mi sono bastate, per ora. Parlo delle onde. Qualcuno ama il mare calmo, piatto, e dentro di me c’è questo “qualcuno”, ma qualcun altro ama prendere le onde, e questo “qualcun altro” dentro di me ha il sopravvento. Prendere le onde, parliamone. Come nel caso di “prendere il sole” (ricordo in merito un bell’articolo di Antonio Spadaro su questo blog) non si tratta di prendere un bel niente ma di “essere presi”. Il massimo dell’attività consiste con il massimo della passività. E’ come corrispondere ad un amore, ad una vocazione, il più spetta all’altro, per noi si tratta solo di ricevere. C’è qualcosa di più bello? L’onda, il dono più prezioso del mare, che ci arriva decorato dalla bianca schiuma. [Continua »]

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Esercizi di possibile spiritualità

di Lucetta Scaraffia, in Il Sole 24 Ore, 25 luglio 2010

La cultura occidentale negli ultimi cinquant’anni ha dimenticato i rudimenti della spiritualità, anzi, ha dimenticato che esiste una vita spirituale: a operare questa cancellazione non è stata solo la secolarizzazione, ma anche una visione parziale della tradizione cristiana, che per decenni ha portato a scambiare l’esperienza religiosa con un regime morale o con una pratica assistenziale.
È questa carenza che spiega il successo di libri New Age o la fortuna di uno scrittore come Coelho. Anche se da qualche decennio si è riacceso un interesse per la grande tradizione della Chiesa – anche in case editrici come Adelphi – fatica a nascere una cultura contemporanea che faccia capire agli occidentali di oggi come percorrere una via spirituale. Un ruolo importante in questo senso l’ha svolto senza dubbio la scoperta degli scritti di Pavel Florenskij, scienziato e mistico ortodosso passato per un’educazione razionale e scientista e quindi ben consapevole, per esperienza personale, di cosa significhi per un uomo moderno tornare a coltivare la propria spiritualità. Nei suoi scritti Florenskij è sempre capace di costituire una profonda interazione tra vita e pensiero, e di rivolgersi al lettore in modo coinvolgente – come dimostra il suo capolavoro in forma epistolare La colonna e il fondamento della verità, riedito di recente da San Paolo, ma anche Bellezza e Liturgia (Oscar Mondadori) – affascinandolo con la sua concezione filosofica generata dallo stupore e provocata dal mistero.
Dotato di questa capacità di accompagnare su vie interiori il lettore contemporaneo, offrendogli una guida spirituale all’esperienza ordinaria del mondo di oggi, inteso come «ambiente divino», è l’ultimo affascinante volume di [Continua »]
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Omnesne fictae et commenticiae narrationes itineraria sunt?

Ex Antonii Spadari charta Rosa Elisa Giangoia vertit

Cum profecturi sumus in peregrinam regionem in qua numquam antea fuimus, haec nobis semper extranea et domestica simul est. Quam regionem petimus si nobis grata est et grata est si nobis par similisque est: scimus nos eo loco bene mansuros vel eam regionem videndi cupidi sumus. Videndi cupiditas intervallum et discrepantiam animadvertit, sed contra nos ad appropinquandum impellit quod in re quae nos allicit nostri aliquid invenimus, aliquid quod nobis est vel quod cupimus esse vel habere. Igitur itinere faciendo nos melius cognoscimus et simul nos in novum spatium immittimus. Ad iter faciendum itineraio uti possumus. Qui in estranea regionem iturus est saepe minimum libellum aspicit vel itinerarium evolvit. Vere itinerarium numquam verum iter esse potest. Haud dubie [Continua »]

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The Tallest Man on Earth

“C’è una nuvola dietro la nuvola a cui sto cantando…
E io ho detto: oh mio Signore, perché non sono forte?”

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Poesia nella polvere della vita?

Bambino Gesù (Nottetempo 2010) è un libricino minuscolo, rosso mattone, che sembra fatto a posta per tenerci compagnia sui mezzi pubblici o mentre facciamo la fila, alla cassa o alle poste. È un libricino che sembra fatto a posta per riconciliare con la poesia chi pensa che la poesia non lo riguardi o, peggio, che la poesia non riguardi la vita. Daniele Mencarelli (Roma, 1974) si è fatto punto d’onore di fare poesia con quello che i più pensano non essere poesia. Cioè traffico, ritardi agli appuntamenti, incidenti stradali, ospedali, sale d’attesa. I tempi morti della vita. Quegli spazi e luoghi e magari volti di tutti i giorni che ormai non riusciamo più nemmeno a percepire, assuefatti come siamo dalla routine. Daniele Mencarelli la pensa diversamente. Dice che la poesia ha a che fare con la vita proprio perché ci permette di vederla. E riesce a farci sperimentare come pieni di senso anche i momenti più apparentemente vuoti come, ad esempio, gli interminabili ingorghi stradali che molti di noi devono affrontare ogni sera prima del felice e stremato approdo alle mura domestiche. Milo De Angelis ha notato che la poesia di Mencarelli vive in un intreccio «tra la stanza e l’universo, tra il ticchettio dell’orologio e la musica delle alte sfere». Nei suoi versi il piccolissimo rende presente l’infinito. Lo scontato è la soglia dell’assoluto. Come avviene in questi versi… dove si comincia con il Grande Raccordo Anulare e si approda all’eternità. [Continua »]

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Tom Petty & the Heartbreakers

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Gli amori dell’avvocato Turow

Se non avete letto il bestseller, sicuramente avrete visto almeno il film che ne venne tratto. Parliamo del thriller Presunto innocente (1987) di Scott Turow, reso indimenticabile grazie all’interpretazione di Harrison Ford. Vent’anni dopo Turow torna al suo romanzo d’esordio. Rusty Sabich, il protagonista, si risveglia con un cadavere nel letto. Quello di sua moglie. Ma aspetterà una giornata prima di avvertire la polizia… possibile che anche questa volta sia innocente?

Come mai è tornato ai personaggi di Presunto Innocente (1987) dopo oltre vent’anni?
«Mettiamola così. Il protagonista – Rusty Sabich – si stava approssimando al suo sessantesimo compleanno, proprio come me: Rusty è un anno più vecchio. E mi trovavo in uno stato d’umore particolare. Pensavo a quanto sia stranamente dinamica l’ultima parte della nostra vita e a quanto poco molti di noi siano disposti ad accettare il cambiamento in questa fase. Nella parte della vita nella quale i figli se ne vanno di casa e cominciano a morire alcuni dei nostri amici. È, insomma, la parte della vita nella quale c’è bisogno di ridefinirsi come persone. Cominciavo a capirlo anch’io solo allora, al mio sessantesimo anno. Ed è stata una sorpresa. Nel frattempo, come fanno tanti scrittori, mi appuntavo qualunque idea che mi passava per la testa nella speranza fosse quella per una nuova storia. E su un post-it mi ero scritto la frase: “Un uomo è seduto sul letto dov’è steso il cadavere di una donna”. L’avevo attaccata alla scrivania, ma da quel seme non era nato nulla. Lo tenni lì per un paio di mesi, se non di più, finché una mattina lo vedo e penso: “Ah! Quell’uomo è Rusty Sabich!”. Ed così è ricominciato il viaggio». [Continua »]

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